Note di regia di "Rosso Volante"
Avendo a che fare con una storia vera, e quindi con dei personaggi realmente esistiti - alcuni dei quali, peraltro, ancora viventi - ho cercato di approcciare al film usando estrema delicatezza e assoluto rispetto verso chi quella storia l’ha vissuta in prima persona.
Evitando accuratamente di creare forzature o storture, ho “modellato” la sceneggiatura sulle figure degli interpreti proprio per realizzare un equilibrio quanto più profondo tra la pagina scritta e la verità della messa in scena.
Sono convinto che il set debba integrare e superare la pagina scritta. Di quest’ultima, deve certamente mantenerne le intenzioni ma non limitarsi a questo, quanto scendere ancora più in profondità. Il passaggio dal foglio alle azioni e ai movimenti degli attori deve essere curato in tutte le sue sfaccettature. È fondamentale. A volte, un dialogo funziona perfettamente nella fase della lettura ma quando lo si va a mettere in scena può risultare poco efficace.
In effetti, una battuta, per quanto ben scritta, può essere restituita con forza e precisione da uno sguardo, da un gesto, da un silenzio che riesce a condensarla rendendo la scena più autentica. Si tratta di una fase affascinante del lavoro di regia che mi fa pensare ad una partitura musicale: ci sono note di durata diversa e ci sono le pause. Si deve suonare ogni nota col giusto tempo ma si deve anche saper dare respiro alla melodia!
Per raccontare le due edizioni olimpiche (Innsbruck ’64 e Grenoble ’68) abbiamo studiato i filmati dell’epoca e ricostruito fedelmente lo spazio della pista e quello adibito alla stampa. Nonostante ciò, avevamo la sensazione che ci mancasse qualcosa. E alla fine, per integrare e dare maggiore credibilità alla messa in scena, abbiamo deciso di inserire nel film alcune immagini di repertorio. Una scelta azzardata? Non lo sappiamo. Di certo, una decisione coraggiosa con dentro una buona componente di ambizione e follia. Ma se il nostro intento era quello di raccontare le gesta di Eugenio Monti…, forse ci si doveva adeguare.
Ma questo implicava che tutto dovesse essere affrontato con estrema professionalità e allora, di concerto con il reparto fotografia, ci siamo messi a studiare le tecniche usate per riprendere i vecchi cinegiornali, quali fossero le ottiche utilizzate, la filosofia delle inquadrature, ecc. per poi riproporre un impianto simile che raccontasse gli eventi agonistici creati sul set senza creare strappi tra il presente e il passato.
Ritengo che il modo di riprendere dei cineoperatori ben si sposi con lo stile che volevo dare al film: vigoroso e quasi documentaristico nelle gare (per dare modo al pubblico di sentirsi in pista con Monti) e più statico e contemplativo (come le vette delle Dolomiti che fanno da cornice alla nostra storia) nei momenti in cui si racconta la vita privata di Monti. In questo secondo caso, la sua insofferenza, i suoi tormenti non sono dati dai movimenti della macchina da presa bensì dalla loro stessa tensione emotiva; durante queste scene, il mondo attorno a Eugenio è fermo, ben ancorato, quasi statico mentre è la sua sofferenza a muoversi e a muovere l’aria. In qualche modo, è come se le emozioni quali il travaglio interiore, il tormento, l’angoscia potessero essere comunicate dal loro essere in movimento al cospetto di un mondo esterno completamente fermo; come se l’inquadratura non fosse sufficiente a contenerle, in un’asfissiante ricerca di uno spazio vitale più ampio di quello concesso dalla macchina da presa.
Per quello che mi riguarda, questa scelta di riprendere con la macchina fissa le situazioni raccontate, da una parte esalta la bellezza dei paesaggi, la loro imperturbabilità, mentre dall’altra aumenta l’isolamento e la sofferenza del protagonista.
Alessandro Angelini24/01/2026, 11:10