Note di regia di "White Lies"
Tutto è iniziato a venticinque anni, con una scoperta casuale e improvvisa: Johnny, l'uomo che avevo sempre creduto mio padre, in realtà non lo era. Mia nonna Rosa, l'unica a conoscere la verità, non rispose mai direttamente alle mie domande, ma mi diede qualcosa di prezioso: una scatola contenente fotografie e registrazioni VHS. La storia dovevo ricostruirla da sola, con pochi, frammentari indizi. Il nucleo di questa vicenda risale a quando Rosa, a trent'anni, incontrò a Trieste alcuni membri di una setta e, cercando una via di fuga dalla sua infelicità, decise di partire con loro, portando con sé mia madre, Ivana, allora appena tredicenne. Questa scelta ha generato conseguenze che hanno segnato profondamente la vita di tutta la nostra famiglia. Rosa, con il tempo, è riuscita a voltare pagina e a rifarsi una vita; mia madre, invece, avendo trascorso l'adolescenza e la giovinezza all'interno della setta, non è mai riuscita a reinserirsi pienamente nella società e oggi osserva quel passato con profonda malinconia e dolore.
Privata di figure capaci di raccontarmi il mio passato, ho concentrato ogni energia sul contenuto di quella scatola: centinaia di foto e decine di ore girate in Thailandia. Da qui ho cominciato a decifrare la mia storia.
Quelli che sembravano momenti felici – compleanni, pranzi, giorni al mare – si sono rivelati presto delle costruzioni narrative deliberate di mia nonna. L'album di famiglia era una vera e propria finzione, uno strumento per nascondere la verità.
La scoperta dell'esistenza della setta – di cui, pur avendoci vissuto fino a quattro anni, non ho alcun ricordo diretto – è avvenuta grazie a fonti esterne. Allo stesso modo, i primi indizi sull'identità di mio padre, forse iraniano, forse un pilota, mi sono stati forniti da estranei. La mia formazione fotografica si è rivelata uno strumento cruciale per questa indagine personale, portandomi a concepire il progetto "THE Y". Incentrato sul cromosoma maschile e sulla ricerca del padre, "THE Y" è nato dalla necessità di costruire un'immagine che potesse rappresentarlo. Più procedevo in questa ricerca, più mi avvicinavo a quell'immagine e contemporaneamente mi distanziavo dall'album di famiglia, entrando in territori di virtualità e iperrealismo.
Per indagare il complesso rapporto tra Rosa, Ivana e me, ho scelto il cinema come medium capace di esplorare la dimensione temporale e le dinamiche dei legami familiari. La nostra relazione è intrisa di silenzi, non detti, recriminazioni, affetto, sospetti e un costante desiderio di reciproca comprensione.
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White Lies" mette al centro la storia di noi tre donne, segnate dalle scelte altrui e dalle loro conseguenze sul nostro destino.
Il film dedica ampio spazio a mia madre Ivana, osservandone la quotidianità nella solitudine, nelle difficoltà e in quella malinconia per il passato subito. Ivana spesso rifiuta di parlarne, ma il suo vissuto emerge con forza nei tic, nelle gestualità ripetute, nei sospiri e nelle innumerevoli sigarette consumate: come molte vittime di abusi, convive con un senso di colpa costante. Rosa, al contrario, vive ad Amalfi e sembra aver pienamente integrato il passato nella sua nuova esistenza. Le pareti del suo appartamento sono decorate con fotografie degli anni trascorsi nei "tropici", un segno eloquente del suo complesso legame con la memoria e la nostalgia. Il titolo del film, "
White Lies", prende spunto da una sua risposta ricorrente: "È una bugia bianca, Alba, una piccola bugia a fin di bene".
Parallelamente all’osservazione delle dinamiche familiari, ho ricostruito il percorso della mia ricerca artistica e personale attraverso i segni lasciati da noi tre in oltre quarant’anni: dalle immagini d’archivio manipolate da mia nonna per creare l'illusione di una famiglia felice, a quelle modificate da Ivana, che ha rimosso Rosa dalle foto, fino alle mie, in cui ho cancellato simbolicamente la figura del padre assente. Ho anche integrato strumenti scientifici, come la ricerca genetica sulla fisiognomica, per sottrarre tratti materni dal mio volto e generare l'avatar di Massad, la prima rappresentazione del mio padre. Sono tornata in Thailandia, luogo della mia prima infanzia e ambientazione del progetto "Occult", per indagare i percorsi di rinascita spirituale seguiti da occidentali traumatizzati.
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White Lies" nasce dalla necessità di raccontare la mia storia familiare: un'indagine intima sulle scelte, sui silenzi e sulle omissioni che hanno segnato tre generazioni di donne – Rosa, Ivana e me. Attraverso il cinema, voglio esplorare le dinamiche di potere, affetto e conflitto, rivelando come le decisioni di un singolo individuo possano avere conseguenze profonde e durature. Il film aspira a essere uno spazio di riconoscimento e riflessione per chi ha vissuto esperienze di abuso, coercizione o traumi legati a relazioni familiari complesse. Il racconto diventa uno strumento di liberazione, un invito a usare la narrazione per spezzare la catena del trauma e costruire nuovi modi di affrontare e comprendere il passato.
Dal punto di vista formale, il film esplora il complesso rapporto tra memoria e immagine. Attraverso il contrasto tra materiali d’archivio, con i colori sbiaditi e la granulosità del tempo, e le immagini digitali, riprese o virtuali, "
White Lies" interroga lo statuto stesso dell’immagine e della memoria, mostrando come la verità possa essere simultaneamente documentaria, soggettiva e immaginaria. Non è solo un diario familiare, ma un esperimento cinematografico sulla percezione, sull’elaborazione del trauma e sulla possibilità di ricostruire identità frammentate.
Alba Zari