Note di regia di "L'Interrogatorio"
La regia de "
L’interrogatorio" si fonda su un linguaggio visivo essenziale e controllato, in cui ogni inquadratura è costruita per servire il racconto morale e psicologico del film. Le inquadrature minimaliste e fisse, contribuiscono a mantenere questa tensione percettiva. L’obiettivo è mantenere una tensione costante e priva di artifici, guidando lo sguardo dello spettatore verso ciò che davvero conta: la presenza silenziosa della vittima. Il corto si apre con un’inquadratura simbolica e fortemente intenzionale: poco dopo che l’ispettore entra nella stanza e si presenta al sospettato, l’inquadratura si concentra non su di loro ma sulla scatola delle prove, che risulta perfettamente a fuoco, mentre i due uomini rimangono volutamente sfocati. È una scelta registica fortemente simbolica: sin dall’inizio, la macchina da presa indirizza lo sguardo dello spettatore non verso chi parla o agisce, ma verso ciò che realmente conta. La scatola diventa così il primo, silenzioso protagonista del film — un oggetto che custodisce la verità e la memoria della vittima, destinato a riemergere più avanti con tutto il suo peso emotivo e narrativo. Durante l’interrogatorio, anche nelle inquadrature di profilo, si è cercato di mantenere la presenza della scatola all’interno del fotogramma — a volte visibile, a volte solo percepita. È una scelta voluta: la scatola diventa una sorta di coscienza muta, un testimone invisibile che ritorna, ritorna, ritorna, finché alla fine presenta il conto costituito dagli oggetti che contiene: le prove che nel finale restituiscono alla vittima la sua identità. Il corto raggiunge il suo apice nell’inquadratura finale, la più intensa e significativa: sul tavolo troviamo la foto della vittima, il suo body da ginnastica artistica — simbolo del suo sogno e del suo futuro interrotto — accanto al martello insanguinato, l’arma che le ha tolto la vita. In basso, leggermente fuori fuoco, compare la foto del sospettato, relegato ai margini dell’immagine e del racconto. Questa composizione visiva racchiude l’essenza del corto: mentre la narrazione mediatica e di genere tende spesso a illuminare il colpevole, la regia de L’interrogatorio sceglie consapevolmente di lasciare che la luce — e lo sguardo — si posino su chi non c’è più. È un atto di memoria, una presa di posizione etica e visiva che restituisce dignità a chi, nel silenzio, continua a essere il vero centro della storia.
Elena Coletta