Note di regia di "Quinn"
Abbiamo deciso di girare il cortometraggio “Quinn” per raccontare una storia di privazione della libertà. Inaccettabile ai giorni nostri, tanto più se negazione di una forma di libertà quale quella di un uomo che semplicemente vuole e sceglie di vestirsi da donna. Eppure, viviamo in una società che si dichiara aperta e inclusiva quando piuttosto si dimostra progressista escludente, nei fatti imponendo limiti e restrizioni. Affrontare questo tema all’interno dello spazio breve di un cortometraggio ha imposto un attento ragionamento sulla messa a fuoco della narrazione. Per questo il fulcro narrativo di questa storia è Quinn, perché siamo convinti che è solo stando dentro ai personaggi che poi le storie sprigionano davvero il loro potenziale. Chi sono io? La domanda che da sempre agita l’essere umano assume qui un connotato radicale perché mira al cuore di ciò che chiamiamo “genere” e di una sua pretesa definizione. Stare dentro al personaggio ci restituisce le sue contraddizioni e ci costringe, a nostra volta, ad interrogarci, a porci le sue stesse domande. Il punto di vista che qui è quello di chi subisce un’aggressione del tutto ingiustificata, apre a scenari e interrogativi ulteriori che sono quelli che si pongono tutte le vittime. Quanto è grande l’umiliazione, la mortificazione, il senso d’impotenza, il dolore fisico di chi soffre per un’azione così violenta come quella di un pestaggio realmente immotivato da parte di un estraneo? Quanto è forte, successivamente, l’istinto di lasciar correre, che tanto non sarebbe cambiata la situazione, di non denunciare, di non vendicarsi, di non far sanguinare nuovamente una ferita che a stento smetterà di buttare sangue? Qual è il prezzo che si rischia di pagare semplicemente per voler essere sé stessi? Quinn è un personaggio che prova a gridare la sua gioia di vivere, la propria indipendenza, la propria libertà e che cerca di trovare un po’ alla volta il proprio posto nel mondo uscendo da un anonimato fatto di emarginazione e alienazione.
Un corto, se da un lato impone allo spettatore uno sforzo maggiore per proiettarsi in un tempo così breve all’interno del frame, dall’altro consente al regista di disegnare una storia essenziale, racchiusa in poche immagini con un linguaggio cinematografico adeguato, capace di parlare con forza e immediatezza a quello spettatore. L’auspicio è che storie come queste, potenzialmente universali perché a ciascuno di noi è capitato di vedersi deprivare di alcune libertà, riescano ad arrivare a sempre più persone e sarebbe bello che queste persone riuscissero a influenzarne altre, e altre, così che, un passo dietro l’altro, gli episodi di prevaricazione si riducessero fino a scomparire per sempre e, anche se ci rendiamo conto che questa è un’utopia, allo stesso modo siamo coscienti che è solo mettendosi in scia a un’utopia che si acquista velocità.
Le fasi della narrazione si sviluppano in modo lineare: presentazione del protagonista, trauma, chiusura in sé stesso e relativa repressione di sé stessi, incontro con l’antagonista, crisi interiore, epilogo.
Gianluca Mangiasciutti e
Stefano Usberghi