Note di regia di "E Se Ora, Lontano - Un’Altra Voce Esiste"
La Storia è linguaggio, il mondo è linguaggio. Noi siamo chiamati ad ascoltare e decifrare. Sono certo di questo. Ci vuole però umiltà e disponibilità all’intuizione, all’inatteso.
Mi sono domandato: che linguaggio parla il mondo attorno a noi? Guerre, restrizioni alle libertà, pandemie, tecnologia sempre più invadente ed oppressiva, incertezza economica, nuovi assetti internazionali che si vanno a costruire.
Cambiamento, turbolenze, ma anche grandi opportunità.
Davanti a tutto questo, ho ascoltato in questi anni le voci di alcuni giovani capaci, nella loro libertà e audacia, di spiazzare molti noi adulti. E queste voci sembravano passare inascoltate, lasciate nelle zone d’ombra, mentre sotto i riflettori si udivano discorsi incapaci di sollevarsi dal semplice buon senso. Ho intuito che ce n’erano molti altri di giovani così: bisognava solo andarli a scovare e così ho fatto.
Da qui nasce l’idea di "
E se ora, lontano - Un’altra voce esiste". Mi sono lasciato ispirare dal "
Decameron" di Boccaccio dove alcuni giovani si ritirano in un casale sulle colline per sfuggire alla peste. E lì si raccontano delle novelle quasi a voler con la parola “ricreare il mondo” che sembra sfilacciato e cadente e in cui infuria l’epidemia.
Così i protagonisti del film si ritrovano in un’antica pieve in Umbria, sopra il Lago Trasimeno, oggi sconsacrata. Dieci giorni di convivenza, di riflessioni, di confidenze e di lavoro in comune. Dieci giorni per dar vita ad un progetto che porterà la loro voce a tutto il Paese. E sullo sfondo un mondo in cerca di una nuova identità, di risposte più profonde. Ho voluto creare una cornice da dove loro potessero osservare meglio il mondo dall’alto, da lontano.
Lontano dal mondo per metterlo realmente a fuoco.
Le loro voci, genuine e “diverse”, ascoltate nei lunghi mesi di casting e preparazione, sono riuscite a stupire e a commuovere noi autori, ancora di più durante le riprese.
Mai banali, nemmeno nel gioco, capaci di trovare la verità nelle cose e di farla apparire semplice mentre era rimasta celata a molti.
In questi giovani abbiamo visto la capacità di pensare al di là di un recinto invisibile che sembra invece restringere tutti. E dentro questo recinto vi è solo una possibilità: scegliere dove posizionarsi. Ecco che invece le loro voci, anche se acerbe e imperfette, si muovevano in quell’oltre. E questa libertà chiedeva una particolare chiave stilistica.
L’idea iniziale di documentario accoglieva così le prime suggestioni narrative, di finzione, che avrei poi messo meglio a fuoco nelle scelte di scrittura, regia, fotografia e montaggio.
Riflettendo con il direttore della fotografia, abbiamo sentito che il film chiamava a due sguardi, a due punti di vista. Così abbiamo scelto due macchine da presa e due idee di montaggio che si alternano.
Le riprese realizzate con la camera digitale sono dei quadri fissi dove la vita scorre senza tagli. Si esautora così il tempo “alterato” del montaggio. È lo sguardo invisibile dell’autore che quasi si ritrova a spiare i giovani e il luogo, da un altrove.
Le riprese realizzate con l’iPhone, come se fossero i ragazzi stessi a filmarsi, vivono di un tempo spezzato, a salti. Qui ho voluto cogliere il dinamismo e la frammentarietà dell’esistenza, il non riuscire mai a trattenere tutto ciò che ci accade, ciò che vediamo, ma solo alcuni momenti.
Il risultato finale è così un film che oltrepassa la dimensione del documentario, e diviene quasi un genere a sé, dove la narrazione, la finzione e l’osservazione del reale si mescolano continuamente. Un film che raccoglie voci “nel tempo” e “fuori dal tempo”.
E queste voci risuonano in una cornice ambientale, un luogo che ci appare come “altro” da noi, un luogo isolato e separato. Un luogo in cui la storia sembra essersi interrotta tanto tempo fa, eppure allo stesso tempo essa ci parla. Un luogo, la pieve, che riesce a trasformarsi nel mondo intero, il nostro mondo di ogni giorno. Per dirci che esso, anche quello della sfavillante decadenza delle città, può essere diverso, può essere abitato e vissuto in modo diverso.
I ragazzi hanno accettato - e vinto - la sfida di mettersi in ascolto l’uno dell’altro, nelle loro diversità. E anche noi della troupe ci siamo messi in ascolto, facendo un passo indietro. Il risultato è stato davvero sorprendente. Tutto sembrava combinarsi in armonia senza che nessuno avesse fatto nulla di speciale perché ciò si realizzasse.
Abbiamo vissuto, tutti, un’esperienza di profondità e di pace. E credo che il film sia riuscito a trasmettere anche questo vissuto.
Il mio invito è di guardarlo con la disposizione all’ascolto, alla capacità di sorprendersi, a non cercare risposte e chiarimenti immediati. Viviamo nella fretta anche di capire subito, io invece ho voluto che il film, la storia e i personaggi si rivelassero lentamente senza una precisa connessione logica, ma poetica, se così possiamo dire.
Il finale lo abbiamo poi costruito come una lettera allo spettatore, una lettera intima, io e i ragazzi assieme. Una lettera che invita a portare nella nostra realtà l’atmosfera di quei giorni alla pieve.
Perché la bellezza è un “oltre” che si concretizza qui, ora.
Massimo Selis