BIF&ST 17 - Giuseppe Tornatore: “Ho fatto solo i
film che mi piacevano. Nuovo Cinema Paradiso
l’esperienza più imprevedibile della mia vita”
Il regista e sceneggiatore
Giuseppe Tornatore, vincitore nel 1990 del premio Oscar per il miglior film straniero con "
Nuovo Cinema Paradiso", è ospite al
Bif&st e protagonista di una retrospettiva che ne ripercorre la filmografia, da "
Il Camorrista" a "
Brunello - Il visionario garbato". A Tornatore il festival consegna il
Premio Bif&st Arte del cinema, omaggiandone il genio con una speciale proiezione al Teatro Petruzzelli di "
Nuovo Cinema Paradiso" musicato dal vivo dall’Orchestra del Teatro Petruzzelli, diretta dal Maestro Pietro Mianiti. Il regista siciliano ha questa mattina dialogato con il giornalista Paolo Mereghetti dopo la proiezione de "
La migliore offerta", vincitore nel 2013 di sei David di Donatello, tra cui miglior film.
“
Portavo sempre con me una piccola macchina fotografica. Raccoglievo i volti di chiunque incontrassi ovunque andassi, un modo bizzarro di tenere un diario. In quelle foto ci sono tutti i miei amici, i miei avversari, le persone che amo e ho amato e quelle che non ho saputo e non ho voluto amare”. È da questa citazione tratta da "
Una pura formalità" che prende il via l’emozionante conversazione: “
Si, la mia prima “attività creativa” è stata la fotografia”, racconta il regista, “
Sin da piccolo avevo l’attrazione per il cinema ma non avevo gli strumenti per fare delle riprese. La macchina fotografica era più accessibile, e quando scoprii la fotografia di Ferdinando Scianna e del mio maestro Mimmo Pintacuda ebbi una folgorazione: si poteva fotografare la vita a sua insaputa. Quindi iniziai a portare una macchina fotografica sempre con me, dai 10 ai 25 anni. È stata una palestra formativa straordinaria: dovendo essere sempre attento a quello che mi accadeva intorno, osservavo per ore, giorni, settimane, mesi le figure umane, come si muovono, come agiscono.”
Un modo di registrare la realtà profondamente diverso da quello più strutturato del regista contemporaneo: “
Andare in giro e fotografare di nascosto o riprendere in Super8 ai miei occhi rimane l’esperienza più libera della mia vita professionale. Non dovevi convincere nessuno, andare da un produttore a dire “guarda, vorrei raccontare i vecchi che fanno la fila per prendere la pensione”, convincere un distributore, gli agenti, gli avvocati, gli intermediari, i capi di una piattaforma, i co-produttori, l’ufficio stampa, i legali… Lungi da me proiettare un’ombra su quest’altra parte del mio mestiere ma ricordo quegli anni di libertà anche un po’ irresponsabile come i più belli.”
In merito al rapporto con gli attori, Tornatore racconta cosa influenza davvero le sue scelte di casting: “
Ho il complesso dell’opera prima: quando faccio un film penso sempre che sia il mio primo, come se non avessi avuto altre esperienze prima. Va da sé che non posso avere un attore feticcio. Per La leggenda del pianista sull’oceano i produttori mi lasciarono liberissimo di scegliere Tim Roth nonostante il film fosse molto costoso. Per Baarìa, che è costato ancora di più, i protagonisti sono attori sconosciuti. Di solito scelgo basandomi solo su due elementi: la storia e il personaggio così come sono nella sceneggiatura. Quando valuto un attore, non gli dico mai a quale personaggio ho pensato per lui. Dalla sua prima reazione capisco se la mia intuizione è stata giusta o meno.”
Prima o poi Tornatore dedicherà un libro alle infinite vicissitudini che portarono alla realizzazione e alla vittoria dell’Oscar per la sua opera più nota, Nuovo cinema paradiso. In attesa del libro, il regista ha raccontato al pubblico tantissimi aneddoti di una storia fatta di scelte, perseveranza e appuntamenti con il destino, inclusa una proiezione nel 1988 proprio a Bari: “
Non ricordo un’avventura simile. Fu il produttore del mio primo film, Il camorrista, Goffredo Lombardo, a domandarmi: “Ma ce l’hai un sogno nel cassetto?”. E io gli accennai di Cinema Paradiso. Quando lesse la sceneggiatura, però, si tirò indietro: “Me l’avevi raccontata meglio”, mi disse. Forse fu intimorito dai costi. Poi arrivò Cristaldi. Era il 1988, finimmo di girare ad agosto, purtroppo troppo tardi per andare a Venezia. Cristaldi mi propose di andare a Bari, dove c’era il festival EuropaCinema fondato da Felice Laudadio; io non capivo quanto questo passaggio potesse aiutare il lancio ma Cristaldi s’era fissato, non c’era niente da fare. Il film però non era finito e durava tre ore. Al pubblico piacque molto, gli esercenti subito obiettarono che era troppo lungo. Beffa delle beffe, vincemmo un premio che non ha eguali nella storia del cinema: “Premio per il miglior contributo tecnico artistico nella prima parte del film”. Scrissi una lettera fumantina alla presidente della giuria, Lea Massari: “Ma lei l’accetterebbe un premio per la miglior attrice protagonista nel secondo tempo ma non nel primo?”. Lei giustamente non mi rispose.”
La storia prosegue: “
Portammo la durata del film a due ore e mezza. Uscì e fu un disastro. E lì tutti mi dissero: “Ah, se fosse stato di due ore avrebbe fatto i soldi”. Quindi tagliai altri 25 minuti. Il film uscì nuovamente e nuovamente non fece una lira. Fu una vittoria di Pirro perché avevo dimostrato che il problema non era la lunghezza ma avevo realizzato un film che evidentemente non interessava a nessuno. Un collaboratore di Cristaldi mi confessò che voleva convocare una conferenza stampa annunciando: “Mi ritiro perché evidentemente non ho più il polso del pubblico”. Cosa che per fortuna non fece. Poi arrivò l’invito al Festival di Berlino. “Proviamo con un pubblico straniero, magari reagisce diversamente” mi disse Cristaldi. Oltretutto il distributore internazionale del film era sparito... Qualche giorno dopo, su La Stampa leggo un’intervista di Lietta Tornabuoni a Moritz de Hadeln, direttore di Berlino, a festival ancora non cominciato. Alla domanda “Qual è lo stato di salute del cinema italiano?” lui rispose: “È diventato una cinematografia di serie B. Ho visto venti film uno più brutto dell’altro. Ho invitato per motivi di diplomazia solo due film, di cui ho visto cinque minuti perché sono orrendi”.
Dopo una serie di botta e risposta tra Tornatore e Hadeln, il regista e il produttore decidono all’ultimo di ritirare il film da Berlino. A quel punto si fa avanti Cannes: “
Videro il film e Gilles Jacob disse: “Lo voglio assolutamente”. Il film ha un grande successo, vince il Grand Prix Speciale della Giuria e viene comprato da un sacco di Paesi, anche dalla distribuzione americana di due giovani distributori rampanti, i fratelli Weinstein. A quel punto Cristaldi capisce che sull’onda del successo a Cannes il film potrebbe avere delle chance col pubblico straniero e lo presenta alla selezione all’ANICA che deve rappresentare l’Italia agli Oscar. Intanto in Italia era uscito per la terza volta e aveva incassato un miliardo di lire.”
Il resto è storia. Tornatore continua a raccontare dettagli poco noti: di Cristaldi che convince l’ANICA a valutare diversamente "
Nuovo Cinema Paradiso" e a considerarlo il migliore candidato per l’audience americana o di una serie di articoli e interviste che rischiarono di influenzare il giudizio dell’Academy. Pur rifuggendo, per scaramanzia, l’idea di una biografia, Tornatore acconsente a fare un primo, parziale, bilancio della sua carriera: “
Sono sicuro di avere fatto solo i film che mi piacevano. Anche quelli che poi non hanno avuto grande successo o sono venuti meno bene, come è normale che accada. Le ferite sono invece relative ai film che non sono riuscito a fare, Leningrad e soprattutto Il sognatore indiscreto, un film che ho scritto e riscritto per trent’anni, giudicato sempre dai produttori troppo complicato. Era un film non fatto per essere scritto ma per essere direttamente visto. Adesso sto preparando un film mentre un altro è già scritto. Sono contento del mio percorso.”
24/03/2026, 18:46