BIF&ST 17 - Io non ti lascio solo: intervista a Giorgio Pasotti
In concorso al Bif&st di Bari “
Io non ti lascio solo”, scritto e diretto da Fabrizio Cattani, con Giorgio Pasotti, Mimmo Borrelli, Andrea Matrone, Michael D’arma, Judith Schiaffino e Valentina Cervi. Dal 21 maggio al cinema con FlimClub Distribuzione.
Durante un forte temporale, Birillo, il cane di Filo, scompare nei boschi mentre è col padre. Senza pensarci due volte, Filo parte di nascosto alla sua ricerca insieme all’amico Rullo. Legati da un’amicizia profonda, i due ragazzi affrontano paure, oscurità e persino Guelfo Tabacci, un montanaro tanto strano quanto misterioso. Ma presto scoprono che dietro la scomparsa di Birillo si nasconde molto più di quanto avessero immaginato.
Abbiamo intervistato
Giorgio Pasotti.
Il film attraversa diversi tipi di dolore, quello degli adulti e quello dei bambini. Cosa l’ha colpita di questo doppio sguardo?
“È raro nel cinema italiano vedere storie che riguardano i bambini, ma che siano anche così profondamente vere, persino dolorose. Spesso si tende ad alleggerire tutto, a trasformare queste narrazioni in commedie familiari, qui invece c’è sì, leggerezza, ma anche un nucleo drammatico molto forte: il rapporto irrisolto tra padre e figlio. Il mio personaggio capisce che non può più nascondersi dietro una maschera, quella del “supereroe”, e che per entrare davvero in relazione con il figlio deve mostrarsi per quello che è, con tutte le sue fragilità, i difetti e i segreti. È questo che rende il film così completo: tiene insieme avventura, emozione e profondità. Per certi versi mi ricorda quei film anni Ottanta, come “I Goonies”, dove il viaggio dei ragazzi diventa fondamentale per crescere”.
La natura, i boschi, il silenzio: sembrano quasi un personaggio. Che ruolo hanno avuto per lei?
“I paesaggi della Sila, questi boschi profondi e silenziosi, influenzano inevitabilmente la storia e i personaggi. Giravamo in luoghi isolati, difficili da raggiungere, dove spesso non c’era nemmeno campo: questo ha reso tutto più autentico. Il silenzio, la distanza dal mondo, hanno dato alla storia una verità ancora più forte. E poi, personalmente, sono ambienti che amo molto: la montagna, i boschi, quel tipo di silenzio li sento miei”.
Il film è raccontato attraverso lo sguardo dei bambini. Cosa cambia lavorando con loro?
“I bambini portano verità. Non hanno sovrastrutture, non hanno tecnica: quello che vedi è esattamente quello che sono. Tutto passa dagli occhi, dal cuore. Lavorare con loro ti riporta anche alle origini del mestiere, a quando recitare era qualcosa di istintivo, puro. Poi con il tempo costruisci una tecnica, ma quella verità iniziale resta il punto di riferimento. E loro te la ricordano continuamente”.
Il film mostra anche genitori fragili, in qualche modo inadeguati. Quanto è difficile oggi essere genitori?
“È molto più difficile rispetto al passato, io lo vivo ogni giorno, da padre. Una volta il genitore era una figura quasi mitologica, distante ma solida. Oggi non funziona più così: per dialogare con i figli devi metterti al loro livello, mostrarti anche fragile. Solo così puoi ottenere ascolto, rispetto, fiducia. La società è cambiata, si sono persi alcuni riferimenti, e questo ha reso tutto più complesso. Oggi essere genitore significa reinventarsi continuamente, trovare un equilibrio nuovo”.
La fragilità nel film diventa una forza. È un cambio di prospettiva anche rispetto al nostro tempo?
“Sì, perché oggi siamo inevitabilmente più fragili. Sono cambiate le strutture sociali, familiari, i punti di riferimento. Questo ha creato delle mancanze, degli squilibri che stiamo ancora cercando di colmare. Ma proprio da questa fragilità può nascere qualcosa di vero: una nuova consapevolezza, nuovi modelli.
Certo, non è semplice. Educare oggi è più difficile, anche perché manca quella “rete” sociale che una volta aiutava le famiglie. Ma è una sfida necessaria.”
Parallelamente al lavoro come attore, lei è anche regista. A che punto è questo percorso?
“Negli ultimi mesi ho lavorato molto anche alla regia: dall’opera lirica al teatro, fino al mio terzo film, “Sotto a chi tocca”. Mi interessa seguire tutto il processo creativo, dalla scrittura alla realizzazione. È un privilegio poterlo fare, perché ti permette di uscire dalla comfort zone e di metterti continuamente alla prova.
Spero che il film possa arrivare presto al pubblico, magari passando da qualche festival, ma sicuramente entro il 2026”.
28/03/2026, 14:05
Caterina Sabato