Note di regia di "Uno Sbirro in Appennino"
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Uno Sbirro in Appennino" è una serie poliziesca interpretata da Claudio Bisio.
Lo sbirro è Claudio di cui ho cercato di sfruttare e possibilmente ampliare le doti di attore empatico, sincero, emotivo, imprevedibile e un po' folle. Ho usato il carisma e la sapienza recitativa costruita in anni di cinema, tv e palcoscenico per ridefinire in chiave pop una figura
atipica di poliziotto. Poliziotto sì, ma alla nostra maniera.
E quindi, anche Uno sbirro in Appennino va letta come una serie poliziesca certo, ma “alla
nostra maniera”.
La sceneggiatura di Bonifacci offre una scrittura a strati che include diversi generi: il poliziesco, il comico, la storia d’amore, la saga familiare. Ma quello che mi ha sorpreso di più e mi ha affascinato è l’amore e la conoscenza profonda per una terra cinematograficamente
sconosciuta: l’Appennino. Non a caso è la parola che completa il titolo e dà un significato e un tono preciso al nostro lavoro.
L’Appennino è un territorio ricco di storia e miracolosamente intatto. La civiltà lo ha graziato scegliendo di devastare le pianure. In Appennino esiste una spettacolare e incredibile bellezza intatta, dove lo sguardo può correre verso l’infinito incontrando solo boschi, laghi, fiumi e creste che lambiscono il cielo. Piccoli paesini punteggiano le valli senza mai disturbare lo sguardo, tutto è immerso in un’armonia naturale e spettacolare. Abitato dai tempi degli etruschi, territorio di passaggio, le tradizioni qui non sono svanite e resistono al tempo.
La mia regia ha cercato di rispettare i miei due protagonisti allo stesso modo. Lo sbirro e l’Appennino. L’uomo e lo scenario naturale. Trattandosi di un poliziesco con momenti comedy è chiaro che intorno a Claudio andava costruita una squadra di attori bravi, empatici, con i tempi naturali per competere con Claudio. Sono molto orgoglioso del cast: in ogni ruolo c’è un attore credibile e un personaggio forte, vero, umano. Anche in quei ruoli minori che devono raccontare il territorio, ho avuto la fortuna di incontrare e scegliere attori locali di ottimo livello.
Insomma il cast prima di tutto, ma poi è stato importante anche il lavoro visivo: la fotografia con viste ampie, colori caldi, e capace di cogliere il racconto delle facce e del territorio come un unico quadro. Le musiche di Pivio e De Scalzi hanno seguito questo andamento tra il western e il folk, declinato con ironia in una chiave stile “Appennino”.
Ho cercato ispirazione nel racconto popolare proprio della tradizione dei cantastorie e nel cinema ambientato in territori di frontiera, come il nostro Appennino.
Renato De Maria