I DIARI DI MIO PADRE - Doloroso cortocircuito visivo ed esistenziale
Esiste un punto di rottura nella grammatica del dolore in cui la parola si ritrae, lasciando che sia l’immagine a farsi carico del silenzio. È muovendosi con estremo pudore lungo questo confine che
Ado Hasanović costruisce
I diari di mio padre, un film che scava nelle pieghe di un trauma privato per restituire il futuro interrotto di un intero popolo.
Incrociando l'intimità dell'indagine autobiografica con il valore testimoniale del documentario d'archivio, il regista indaga le cicatrici del genocidio di Srebrenica attraverso le memorie del padre Bekir, sopravvissuto all'assedio. Il film ricostruisce così l'eredità traumatica di una famiglia disgregata dalla guerra in Bosnia, intrecciando le elusioni del presente con i filmati amatoriali in VHS dell'epoca e la lettura dei quaderni scritti da Bekir in quei lunghi anni di resistenza. I materiali video furono realizzati con una videocamera barattata per una singola moneta d'oro dall’uomo e dai suoi amici, riuniti in un improvvisato e fiero collettivo amatoriale di registi.
La riluttanza di un reduce alla verbalizzazione non è quasi mai un vuoto di memoria, quanto piuttosto una continua e faticosa negoziazione col presente. Il ricordo del trauma fatica a farsi narrazione lineare, frammentandosi in continue deviazioni. È su questa ritrosia del testimone – che non è muto, ma preferisce costantemente sviare, minimizzare e persino giocare con il figlio sull'ingombrante presenza della macchina da presa – che il regista costruisce un documentario in cui la ricerca del padre si fa indagine attraverso il genocidio. Bekir, protagonista e genitore, interpellato a distanza di anni, elude sistematicamente il racconto organico, rifugiandosi nei toni ironici e schivi per sottrarsi al peso della memoria. Per colmare queste reticenze difensive, Ado orchestra una dialettica rigorosa tra formati e registri.
È un montaggio che cuce insieme il trauma del singolo con il collasso di un’utopia: la morte di Tito, nel 1980, aveva segnato l'inizio della lunga agonia della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Con il successivo crollo del Muro di Berlino nell’89 era venuto definitivamente meno anche l'ultimo collante ideologico che teneva unito il mosaico jugoslavo. Nazionalismi e tensioni etniche si sono risvegliati. La polveriera è esplosa quando le spinte indipendentiste si sono scontrate con l’espansionismo aggressivo della Serbia di Milošević, il cui progetto poggiava sull'assunto per cui "la Serbia è in ogni Stato in cui vi sia un serbo", un piano egemonico perseguito attraverso la sistematica pulizia etnica. Tra il 1992 e il 1995, la Storia ha fatto così irruzione violenta nella vita civile, mentre l’apice dell'orrore si è consumato con il tradimento di Srebrenica, dove il massacro dei musulmani bosniaci è avvenuto nel paradosso dei caschi blu dell'ONU: simboli di una protezione che si è rivelata tragicamente inconsistente.
In questo quadro di brutale logoramento si è consumata la frattura della famiglia Hasanović: già nel 1993, ben prima dell'epilogo genocidiario, il regista con i fratelli e la madre vennero evacuati a bordo di un convoglio delle Nazioni Unite, mentre Bekir rimase indietro con gli altri uomini del villaggio per presidiare le case, finendo risucchiato in un vortice, suo malgrado, sfociato nella famigerata "marcia della morte" per sfuggire alla mattanza dell’esercito serbo.
Il film si eleva in maniera definitiva nel momento in cui la drammaticità della vita irrompe nel presente della messa in scena. L’improvvisa morte del padre, catturata da quella che ha tutta l'estetica asettica e distaccata di una telecamera di sorveglianza, inserisce uno squarcio temporale imprevisto e sconvolgente. In questa ripresa dall'alto, algida, in cui le figure umane si confondono fino a perdere i propri contorni emotivi, il film cambia pelle. Da indagine e testimonianza su un conflitto trascorso, diventa a sua volta testimonianza di un presente che si fa passato nel momento esatto in cui prova a raccontarsi. La "testimonianza della testimonianza" si sublima in un atto unico, irripetibile.
In questo doloroso cortocircuito visivo ed esistenziale, il racconto compie il suo miracolo finale.
I diari di mio padre si espande per abbracciare la condizione umana tutta, lasciando lo spettatore a riflettere sul nostro presente. L'opera di Hasanović ci consegna uno specchio affilato in cui scorgere le similitudini di ogni guerra di occupazione, ricordandoci come, guardata dal basso e dal punto di vista delle vittime, la brutalità della Storia possieda sempre lo stesso inaccettabile profilo.
07/04/2026, 11:39
Olivia Fanfani