FEDERICO BERTI - Il mio Piero De Bernardi
Prima di parlare del tuo libro, ci spieghi, per chi già lo conosce e per cin non l'ha conosciuto, cosa è stato Piero De Bernardi per il cinema italiano?
Federico Berti: Piero De Bernardi è stato uno dei più grandi sceneggiatori del cinema italiano, autore di oltre duecento sceneggiature scritte nell’arco di quasi sessant’anni di attività. Arrivato a Roma nei primi anni cinquanta, De Bernardi debutta in cinema con “Dieci canzoni d’amore da salvare” ispirato ad un programma radiofonico di successo. Dopo alcuni film di avventura, di cappa e spada, nasce il sodalizio con il collega fiorentino Leo Benvenuti. Da “Le ragazze di San Frediano” in poi, saranno una coppia determinante per il cinema italiano, al pari di Age & Scarpelli, attraversando tutti i generi cinematografici. Anche se, a parer mio, daranno il meglio nella commedia all’italiana scrivendo per Mario Monicelli, Dino Risi, Luigi Comencini e tanti altri.
Partiamo del titolo: "Piero De Bernardi. L'Affascinante Avventura di un Talento, di un Grande Scrittore di Cinema". Perchè hai scelto proprio la parola "Avventura"?
Federico Berti: Ho scelto la parola “avventura” perché in fondo la sua vita è stata una avventura, una piacevole avventura che lui amava ripercorrere con il sorriso e un certo distacco. Dall’arrivo a Roma inseguendo il sogno del cinema, ai primi anni di gavetta insieme a Franco Migliacci e talvolta, Domenico Modugno. La vincita ad una lotteria che gli permette di vivere ancora un po' nella capitale in attesa di un colpo di fortuna, poi i primi film fino ai grandi successi degli anni sessanta coma “Matrimonio all’italiana” o “Incompreso”. La consacrazione con i grandi titoli scritti per gli attori più importanti come Tognazzi, Sordi, Mastroianni, Gassman, Manfredi. Il successo di “Amici miei”, la consacrazione con “C’era una volta in America.
L'avventura, sembra, quasi la tua... Ne libro racconti dal primo incontro con De Bernardi, sul set di "Caino e Caino", fino alla realizzazione di un tributo, nella sua città Natale, Prato, che hai rincorso per anni e che alla fine sei riuscito a fare al Teatro Politeama...
Federico Berti: Si è vero. Ho conosciuto Piero De Bernardi sul set di “Caino e Caino” di Alessandro Benvenuti. Lui l’aveva scritto, io ero nel cast in qualità di assistente alla regia. Passammo un giorno insieme e poi rimanemmo in contatto. Ci siamo visti e frequentati spesso negli anni successivi. Io per pudore non sono mai riuscito a definirmi amico di Piero De Bernardi. Mi sembrava un po' troppo. Ma di fatto lo siamo stati. Per me era sempre un piacere ascoltare i suoi racconti legati alla nascita di alcune sceneggiature che sono entrate nella storia del cinema. Poi feci di tutto per organizzare una serata/tributo nella sua Prato. Anche quella fu davvero una avventura. Ho dovuto lottare molto, praticamente dodici anni, prima di riportarlo a Prato. Purtroppo non molti pratesi sapevano che uno dei più grandi scrittori di cinema era nato nel centro storico. Un grande talento pratese, prima ancora di Roberto Benigni, Francesco Nuti, Clara Calamai, Pamela Villoresi. Anche organizzare questo evento per il centenario dalla sua nascita non è stato affatto facile. Alla fine ce l’ho fatta. Devo ringraziare la biblioteca Lazzerini che ha creduto nel progetto.
Il libro si compone di cinque parti (tralasciando la filmografia completa dell'autore a fine volume), una tua introduzione biografia, i tuoi ricordi e la trascrizione di una tua intervista a De Bernardi, inframezzati da un pezzo di Andrea Bigalli ed da un pezzo estratto da "Prato al Cinema" di Fabrizio Borghini. Come mai hai voluto dare questa struttura al volume?
Federico Berti: Ho voluto dare questa struttura al libro soprattutto per puntare sui ricordi. I miei legati a lui, i suoi prendendo spunto da un lontano piccolo racconto autobiografico contenuto nel libro “Prato al Cinema” del compianto collega Fabrizio Borghini ma soprattutto la trascrizione di una lunga intervista che riuscii a fargli nel lontano 2004. Un’ora e mezzo davanti alla telecamera per raccontarsi, ricordare le sue origini con Prato mai interrotte e sempre coltivate nel tempo. Un lungo racconto per ricostruire la sua lunga carriera piena di aneddoti. In questo anno che ho passato nel preparare la mostra alla Lazzerini e il libro che fortunatamente sta andando molto bene, mi è sembrato di frequentarlo ancora. La sua intervista contenuta nel libro alla fine è una lunga confessione come poche volte gli era capitato di fare. Era un uomo molto schivo che preferiva rimanere nell’ombra. Credo che nel corso della sua carriera abbia rilasciato si e no cinque interviste. Quattro gliele ho fatto io.
Nel libro emerge la grande umanità dello sceneggiatore, ma anche la sua umità ed il suo essere schivo...
Federico Berti: Era un uomo molto semplice. Non amava apparire, non era per niente presenzialista ed egocentrico. L’opposto del suo collega Leo Benvenuti molto più estroverso. Diciamo che Benvenuti era il sole e De Bernardi era la luna. Di Piero mi ha sempre colpito la sua modestia, rara da trovare nel mondo dello spettacolo. E il suo ironico distacco nei confronti del suo lavoro e del suo successo.
Personalmente, cosa ti ha lasciato la scrittura di questo libro e la conoscenza con De Bernardi?
Federico Berti: Scrivere questo libro mi ha fatto tornare indietro nel tempo, ai tempi della nostra frequentazione. Mentre lo scrivevo ho pensato a quante cose avrei potuto chiedergli ancora, tante cose legate ai film che aveva scritto. Piero se n’è andato i primi giorni di gennaio del 2010. E per uno strano gioco del destino, quel giorno, appena saputa la notizia della sua morte andai ad intervistare Carlo Verdone con cui aveva scritto molti film di successo. Chiesi proprio a Verdone un suo ricordo personale. Ne parlò a lungo con piacere e con molta commozione.
Per concludere, mi ha colpito questa frase di De Bernardi che ho ritrovato a pagina 31, riguardo gli sceneggiatori attuali: "Vedi Federico....noi eravamo degli intellettuali che giocavamo a fare i coglioni. E questi invece sono dei coglioni che giocano a fare gli intellettuali". La definisci, nel testo, una risposta azzeccata....
Federico Berti: Quella frase ancora mi fa ridere. Ma è esattamente quello che penso anche io. La differenza tra la sua generazione e la generazione dei cineasti attuali è proprio questa. Loro erano tutte persone molto colte che però hanno fatto della leggerezza la migliore virtù. Quella virtù che gli ha permesso di “inventare” la gloriosa commedia all’italiana capace di raccontare l’Italia e gli italiani anche negli aspetti peggiori. Con il sorriso sulle labbra sono riusciti a raccontare anche i drammi del nostro paese, le guerre, la povertà del dopoguerra, il boom economico e i difficili anni settanta. I registi italiani della scena contemporanea sono tutti bravi tecnicamente ma non sanno più scrivere, non sanno più raccontare. Allo stesso tempo spesso peccano di presunzione pensando che basti l’aspetto tecnico per fare un bel film. Sbagliatissimo ! Per fare un bel film ci deve essere alla base una storia forte, una ottima sceneggiatura. Quello che manca oggi al cinema italiano. Purtroppo la differenza si vede. Soprattutto nel genere “commedia”.
Quindi….loro erano degli intellettuali che giocavano a fare i coglioni e questi sono dei coglioni che giocano a fare gli intellettuali. Proprio così. Concordo pienamente.
20/04/2026, 08:00
Simone Pinchiorri