LEILA - Una fiaba. Ma anche no
Alessandro Abba Legnazzi ha disegnato prima di girare. Poi ha ripreso con la figlia Clementina. Poi Enrico Giovannone, amico, oltre che collega, ha montato il girato. Poi, quasi per caso, ne è venuto fuori un film. O almeno così sembrerebbe. In realtà
Leila ha alle spalle un percorso di sviluppo lungo e meditato – dal BRIFF Brussels Co-Production Market nel 2023 al workshop di Audience Design al Bergamo Film Meeting, fino alla selezione nel Fondo di Postproduzione L'Atelier di Milano Film Network – che rivela la lucidità di chi sa esattamente cosa sta facendo, anche quando il materiale che tratta è il più personale possibile. Prodotto da Start in associazione con Little Bear, la fotografia è degli stessi Abba Legnazzi, padre e figlia. Troupe assente. Una scelta deliberata, strutturale: la condizione stessa dell'intimità che il film cerca.
La storia è semplice, Clementina ha dieci anni e i genitori si sono separati. Con il padre trascorre un'estate in campagna nella stessa casa da cui un mattino la madre è andata via. Per rispondere alla domanda che porta con sé – ‘dov'è la mamma?’ – Alessandro fa quello che sa fare: disegna, inventa, costruisce un gioco. Così, da un tratto di colore, Clementina diventa un’aviatrice coraggiosa con goggles sul viso e cappellino, Leila. Lui diventa Tonio, suo fedele compagno d’avventure. La casa una fortezza da difendere dalla perfida regina delle acque che ha rapito la mamma.
È una fiaba, Leila. Ma anche no.
Nel racconto fantastico entrano i ricordi veri: il bruto ‘Uomo Toast’ che ha trattato male Clementina nelle fasi più dure della separazione, lo stallo, il dolore ancora aperto. La favola li abita, li attraversa. A volte resta sospesa la questione di quanto Alessandro sia davvero consapevole di quello che sta aprendo, se sia il regista che conduce o il padre che si lascia trascinare dal flusso attraverso cui cerca di riconnettersi alla figlia.
Probabilmente entrambe le cose in simultanea. Ed è esattamente questa ambiguità a fare del film qualcosa di più di un documentario terapeutico: il gioco è il luogo in cui la lucidità è possibile perché nessuno la sta cercando. La camera è quasi sempre fissa, distanziata per far sì che la regia aspetti i momenti.
Padre e figlia, soli, a decidere insieme dove stare e cosa far entrare nell'inquadratura. In queste condizioni il confine tra vivere la scena e costruirla smette di esistere abbastanza presto, e probabilmente nessuno dei due se n'è accorto sul momento. E forse è meglio così. I disegni ad acquerello a scandire il racconto come un diario visivo sono il segno che accompagna un'elaborazione in corso non ancora conclusa. Giada Vincenzi, che co-firma il film insieme all’ex compagno e alla figlia, appare solo nelle immagini di repertorio che raccontano la quotidianità di un tempo. Video domestici, girati quando stavano ancora tutti insieme, spezzettati in frammenti, a fare da contrappunto alla missione fantastica. Giada ha lavorato sulla storia insieme agli altri, ha scelto cosa raccontare e cosa tenere nonostante la sua assenza fisica dal presente del film. Un dettaglio che cambia tutto.
Il suono è un'altra faccenda. Mariani al missaggio ha fatto un lavoro preciso: i nemici non si vedono mai, si sentono soltanto. La regina cattiva, il pericolo, l'esercito che avanza – tutto fuori campo, tutto audio. In un film con più mezzi sembrerebbe una scelta, qui è semplicemente la cosa giusta. Funziona perché i mostri che Clementina conosce davvero non hanno mai avuto una faccia definita neanche nella realtà. Come se il cinema, ogni tanto, restituisse fedele le cose come stanno.
Infine la leggerezza, quella guadagnata con cui Clementina abita il gioco, porta il film verso una direzione intravista.
L'avventura finisce. La madre resta dove è. Eppure qualcosa si è ricomposto in una nuova forma del quotidiano possibile.
Ai titoli di coda, la didascalia: «Leila o del nostro viaggio per imparare a stare insieme di nuovo».
25/04/2026, 08:38
Olivia Fanfani