LES ENFANTS DES FUNAMBULES - Linda (Kelvink) e il funambolo
Linda Kelvink è animatrice, autrice, regista. Lavora a Torino, presso lo studio Ibrido, e ha da poco concluso la lavorazione di un corto, "
Les Enfants du Funambules", che sta per iniziare il suo percorso festivaliero. La vita di due bambini, fratello e sorella, viene stravolta dalla separazione dei genitori e dalla partenza del padre, un funambolo.
In questo lavoro c'è una parte importante della tua vita. Quando hai iniziato a pensare di trasformarla in un film?
Questa è la mia storia personale, vero. Dal primo momento in cui ho cominciato a pensare di fare cinema, in adolescenza, avendo tra le mani questa storia e vedendone la bellezza, sapevo di avere un bagaglio importante da raccontare.
C'è anche tanto, ovviamente, che poi nel film non sono riuscita a mettere, ho dovuto scegliere che cosa inserire. Ma avevo chiaro il fatto che mio padre, col suo lavoro da funambolo, è oggettivamente una persona estremamente interessante e unica nel suo genere. Quindi ho sempre avuto questa voglia di sviluppare un film che raccontasse questa storia.
Cosa ti ha spinto a iniziare davvero a lavorarci su?
Non so perché, ma non avevo mai elaborato veramente di fare qualcosa che mi mettesse al centro della storia, cosa che è successa poi nel 2024, se non sbaglio, quando ad Annecy sono andata a vedere un film che mi ha sconvolto per la sua bellezza, “
Linda e il Pollo”.
Racconta di una separazione, anche di un lutto, e non so come mai c'è stata una connessione, stranamente mi ha illuminato su “dove” posizionare questa storia, che poteva essere anche un'idea di documentario, ma poi ho detto no, aspetta...
Ho pensato che facendo il film come poi è oggi, magari, avrei potuto anche io sbloccare qualcosa a qualcun altro, con l'intenzione di andare tanto in profondità sull'esperienza personale per aprire alla condivisione.
A livello di tecnica, di immagine di quello che poi è il film, hai sempre avuto chiaro cosa scegliere?
L'aspetto visivo è arrivato abbastanza subito. Spesso in animazione capita, c'è questo connubio: nel momento in cui ti viene un'idea, di solito automaticamente si manifesta già con un suo aspetto preciso, una tecnica, un colore...
L'unica cosa drastica che c'è stata come sviluppo è che inizialmente avevo fatto delle prove con il colore, ma alla fine ho deciso di toglierlo. Parlando di figli di un funambolo, una storia in cui quindi c'era il tema ricorrente del filo, della linea, della presenza e dell'assenza, tutti questi elementi sono andati a incasellarsi in uno schema concettuale che serviva molto di più del colore. Sono convinta che inserirlo avrebbe dato un effetto molto più rumoroso.
È stato interessante perché sono riuscita a vedere la storia dall'esterno, come se non fosse la mia, individuando degli elementi e poi andando a bilanciare il tutto dal punto di vista visivo. Una cosa po' subliminale: tutto supporta il contenuto che vuoi mandare.
Avendo tu citato come ispirazione Linda e il Pollo, la domanda sul colore sarebbe arrivata...
Il mondo del circo, del funambulismo, dell'arte di strada è sempre associata al colore, ma anche a una certa confusione, quindi trovare l'essenzialità nel disegno è stato fondamentale.
Sull'aspetto visivo e della rappresentazione dell'artista di strada volevo evitare i luoghi comuni: di solito vengono raffigurati con un'aura di nostalgia, di melancolia, di dramma e di risate, cose così. Essendo il mio punto di vista molto diretto, mi sono potuta approcciare a quel mondo senza appellarmi a tutto ciò, ma invece trattandolo in un modo un pochino più, come dire, più simbolico forse.
È la storia della famiglia di un vero funambolo, certo, ma il sottotesto è comunque quello di un "funambolismo emotivo": caricare questa cosa visivamente avrebbe fatto un po' effetto baraccone intorno a un concetto in realtà molto delicato, che non ha bisogno di fronzoli.
Il disegno è molto essenziale.
Mentre facevo il film mi sono resa conto della vera potenzialità di questo tipo di immagine.
Ad esempio: c'è una piccola sequenza in cui la famiglia torna a casa dopo uno spettacolo e si vede la macchina che parcheggia, sostanzialmente. Inizialmente lì ci doveva essere un background, io l'ho disegnato, ci stavo litigando da giorni con questo background...
Quando poi ho capito che era troppo più bello se invece la macchina fosse andata dentro uno sfondo nero, che avrebbe rimarcato il bianco dell'assenza del padre, tutto mi è parso incastrarsi perfettamente.
Questo gioco tra bianco e nero torna più volte, c'è un rimbalzarsi di pieno e vuoto, c'è il colore bianco del padre e i capelli neri della madre, tutti elementi che poi, andando avanti, riconoscendoli mentre facevo le cose, andavano a rafforzare sempre di più questa polarizzazione.
Ci sono pochi elementi che riescono, senza appesantire, a far capire tutto. Spero.
L'idea di una bambina, di un bambino, che si figurano un padre che non c'è, come fosse un funambolo, poteva anche essere la storia di qualsiasi famiglia che viva una separazione.
Proprio nel momento in cui ho avuto la prima scintilla dell'idea, ho capito che questa figura del funambolo poteva essere letta da un punto di vista simbolico. E da subito la mia intenzione era di non finire nella trappola di fare un film solo autobiografico, non volevo parlare di me.
Il fatto che la mia storia avesse tutto questo vocabolario simbolico a portata di mano (mio padre si vestiva davvero di bianco, mia madre ha i capelli neri...), mi permetteva di gestire bene anche questo aspetto dell'universalità.
Tra i pochi elementi preziosi che hai calibrato in questo lavoro c'è anche la musica.
Quella è proprio la chicca autobiografica che ho usato, perché mio padre faceva i suoi spettacoli usando quella musica lì, di Mahler, io ho proprio questa memoria precisa, lui ogni tot la ri-racconta, di come un giorno non stava facendo niente e aveva sentito questa musica e aveva detto “voglio questa”... c'è proprio un legame personale.
Grazie a quelle note ho la memoria di che cos'era assistere a quegli spettacoli, di cui non ci sono praticamente video... è stato perso quasi tutto, e l'arte di strada fatta in quel modo si è poi un po' persa, non esiste più.
Hai scelto di fare tu la voce della madre, di tua madre: una scelta ponderata oppure necessaria?
Avevo un'idea di come pensavo dovesse essere la “pasta” del doppiaggio. Io non sono una doppiatrice, non sono un'attrice, però avevo comunque un'idea di che cosa volevo raggiungere e la cosa che per me era più importante era la spontaneità, anche magari un pelino di sporcatura. Volevo evitare una voce che fosse di una professionista che fa troppo bene il suo lavoro.
La ricerca della voce maschile del padre mi ha preso un po' di mesi, sulla voce della madre ero un po' combattuta, per cui poi alla fine ho optato per farla io, mi sentivo abbastanza "dentro".
Quindi direi che è stato un po' un mix di necessità artistica, perché poi doveva parlare sia italiano che francese, ma con un accento italiano, e di una mia immersione nella storia. È stato un bello scatto, psicologicamente: “sono” mia madre, è stato molto particolare passare dall'altra parte, vedere me bambina doppiata da qualcun'altra...
Farlo vedere dalla famiglia, invece, com'è stato?
Allora... ho tenuto tutto molto nascosto, soprattutto a mio papà non l'ho detto durante la produzione, l'ho detto solo alla fine perché era un aspetto molto critico per me, l'ho un po' protetto da influenze esterne. Avevo bisogno di stare così.
Mia madre invece ha collaborato sulla produzione, mentre mio fratello l'ha visto alla fine: ecco, è stato un bel colpo!
Concepisco le opere artistiche come un momento di scambio, la condivisione delle emozioni che si provano guardando il film è e sarà preziosa, non solo con i miei familiari.
Che destino ha questo film adesso?
Adesso stiamo iscrivendolo ai festival, puntiamo ad anteprime importanti ovviamente ma quello che più mi preme è farlo vedere, ovunque, in grandi sale o piccolissime realtà: voglio incontrare un pubblico, parlarne, avere feedback... voglio che la gente mi dica quello che ne pensa!
Il titolo resterà in francese?
Trovavo che la lingua, lui francese, noi italiani, fosse un altro elemento di distacco e di incomunicabilità tra i personaggi, per cui la lingua dei bambini è diversa dalla lingua del padre. In una famiglia normalmente si parla la stessa lingua, il fatto che sia bilingue a livello molto sotterraneo è un altro “semino” che mi piaceva lasciare...
Pensi sarebbe possibile tornare con futuri lavori su altri aspetti della tua vita personale?
Sarebbe molto bello, diciamo che dipenderà anche tanto da fattori esterni, ad esempio banalmente da mio padre, da come potrebbe vedere questa cosa!
01/05/2026, 08:46
Carlo Griseri