PIANO SEQUENZA - LA MOLE - L’omaggio fotografico
al cinema alla Mole Antonelliana
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Piano Sequenza - La Mole”, realizzato da
Rocco Giurato e
Cristian Berna, è il ,mediometraggio che racconta il “making of” che ha portato alla realizzazione degli scatti della mostra fotografica “
Riccardo Ghilardi. Piano Sequenza la Mole”. Svoltasi presso le Gallerie d’Italia a Torino e realizzata per i 25 anni del Museo Nazionale del Cinema negli spazi della Mole Antonelliana, firmata dal noto fotografo
Riccardo Ghilardi e a cura di Domenico De Gaetano.
Il documentario, proiettato alla mostra, segue passo dopo passo la nascita e la realizzazione di questo progetto “
in cui ogni foto singola non vive da sola, ma diventa il frame di un film fotografico di un piano sequenza, una sequenza di immagini che tutte insieme raccontano il museo del cinema e la Mole Antonelliana”, come afferma Ghilardi.
Era un suo sogno nel cassetto, ora divenuto realtà. Si è dichiaratamente ispirato a “Una notte al Museo”, ma con una torsione autoriale: quando le luci si spengono, non sono le statue a prendere vita, bensì i personaggi del cinema, incarnati da attori e attrici della contemporaneità. Il corto mostra proprio questo passaggio: la trasformazione degli interpreti in icone, la costruzione delle pose, la ricerca dell’inquadratura perfetta.
Tutto con l’obiettivo di rendere omaggio alla storia del cinema e alla Mole, che conserva un importante patrimonio artistico. Una ricchezza preservata grazie a Maria Adriana Prolo, la fondatrice del Museo del Cinema, la quale, nel racconto del backstage, è interpretata da
Giovanna Mezzogiorno, la voce narrante.
Gli scatti rivelano gli spazi, la memoria e gli artisti dell’importante edificio antonelliano, unendo fotografia, cinema e architettura. Un progetto lungo, durato circa quattro anni, che ha portato alla realizzazione di quarantadue ritratti iconici. Sono state coinvolte alcune delle personalità del cinema più importanti di tutti i tempi, tra cui: Monica Bellucci, Tim Burton, Willem Dafoe, Kevin Spacey, Sharon Stone, Matilda De Angelis, Martin Scorsese e Carlo Verdone.
Ghilardi propone una riflessione sul rapporto tra fotografia e cinema. L’idea di fondo è che alla base del cinema ci sia la fotografia dato che “
24 fotografie in sequenza ingannano il cervello e producono l’illusione del movimento. Questo in fondo è il cinema”, ha affermato, e basti pensare alla tecnica della stop-motion che rispecchia proprio questo concetto.
Il progetto artistico è unico nel suo genere e ha un’idea poetica di fondo: tenta di reinterpretare il legame tra fotografia e cinema ricreando un’inquadratura in movimento fatta di “istanti immobili”, come li definisce lui. E lo fa attraverso un esperimento visivo che mette in crisi questo confine tra la fotografia e la settima arte.
Le riprese sono affascinanti e mostrano il fotografo
Riccardo Ghilardi e il team lavorare all’interno della Mole, esplorandone spazi iconici e nascosti, dai percorsi museali fino alle zone più segrete e sotterranee. Il museo non è più solo contenitore, ma diventa set: un organismo vivo attraversato e che attraversa chi lo abita.
Le inquadrature sono ispirate a momenti iconici del cinema, o a scenari immaginati nei dietro le quinte dei grandi registi. Tra i momenti più suggestivi emerge, ad esempio,
Greta Scarano nei panni di Mary Poppins, sospesa sui tetti della Mole a quaranta metri d’altezza: un’immagine che da sola è fotografia, ma che nel contesto del progetto diventa parte di un movimento più grande, di un flusso visivo che attraversa tutto l’edificio.
Ma gli scatti rivelano anche aneddoti nascosti del cinema, come quello di Malcolm McDowell che racconta come lui e Stanley Kubrick scelsero gli abiti dei drughi di “Arancia Meccanica”.
Il cortometraggio insiste molto su questo punto: nessuna immagine è autonoma. Ogni scatto è pensato come frame di una sequenza, e il senso emerge solo nella relazione tra le immagini. È qui che il documentario “
Piano Sequenza - La Moele” trova la sua dimensione più interessante: non documenta soltanto un progetto, ma ne esplicita la logica interna, rendendo visibile il pensiero che lo sostiene.
Dal punto di vista critico, il corto funziona proprio quando evita di essere celebrativo e lascia emergere la complessità del lavoro: la fatica delle riprese, gli aggiustamenti continui, la tensione tra controllo e imprevisto. Imprevisti che possono essere anche meravigliosamente incredibili. Racconta come una danza: team di lavoro, attori e attrici che, esplorando la Mole, creano scatti indelebili. In alcuni passaggi può sembrare più descrittivo che interpretativo, ma è una scelta coerente con l’idea di fondo: mostrare il processo di lavoro senza sovrastrutture.
Il documentario è un “making of” che supera il proprio statuto accessorio e racconta il rapporto tra immagine fissa e immagine in movimento, tra memoria e messa in scena, tra spazio architettonico e narrazione cinematografica. Un omaggio potente e significativo al mondo del cinema, che ha prodotto degli scatti destinati a rimanere nella storia.
04/05/2026, 11:48
Marta Bello