Note di regia di "Tough Love - L’amore severo"
Ho realizzato questo film per capire da dove vengo. Sono sempre stato attratto dai ricordi della mia famiglia, in particolare dalle storie che mia madre mi raccontava su suo padre, un uomo che non ho mai conosciuto, ma la cui presenza ha sempre influenzato la mia vita. Credo che non siamo formati solo dalle nostre esperienze dirette, ma anche dai modelli che ereditiamo: modi di pensare, di comportarsi e di amare che si trasmettono silenziosamente da una generazione all’altra. In me ho iniziato a riconoscere tracce di un passato che non avevo vissuto, radicato in una cultura patriarcale che ha definito la mia famiglia per decenni. Per molto tempo non ho saputo come avvicinarmi a questa storia. È stato solo quando ho trasferito e iniziato a guardare attentamente i Super 8 di mio nonno che qualcosa è cambiato. Tra quelle immagini, un momento è rimasto impresso: aveva filmato una punizione. Mia zia, da bambina, veniva rasata molto corta da un barbiere, mentre mia nonna osservava, visibilmente turbata. Era una manifestazione pubblica di autorità, qualcosa di intimo e allo stesso tempo profondamente disturbante. Quell’immagine è rimasta con me. Mi ha spinto a voler scavare più a fondo, a fare domande, a capire.
In un certo senso, realizzare questo film è diventato un modo per confrontarmi con il passato. Quando ho iniziato a girare nel 2016, venivo da un’altra esperienza molto personale: lavorare con mia moglie, la regista Cosima Spender, a un documentario sulla sua famiglia. Avevo visto quanto quel processo potesse essere potente, non solo come film, ma anche come qualcosa che risuona all’interno della famiglia stessa. Quell’esperienza mi è rimasta dentro e ha influenzato lo spirito con cui ho affrontato questo progetto. Ma il film non ha preso forma subito. La vita e il lavoro hanno preso il sopravvento, e per anni non ci sono più tornato. È stato solo molto tempo dopo, quasi otto anni dopo le riprese, che ho trovato la voce per iniziare a costruirlo. Nel frattempo, il mondo era cambiato. Movimenti come il #MeToo hanno aperto nuove riflessioni sul potere, sul genere e sulle strutture ereditate. Poco a poco, ho iniziato a capire che la storia della mia famiglia non era solo personale. Faceva parte di un momento storico molto più ampio. Mia madre e le sue sorelle sono cresciute in Italia tra gli anni Cinquanta e Settanta, un periodo di profonda trasformazione. Il Paese stava uscendo dalle conseguenze della Seconda Guerra Mondiale entrando in una fase di crescita economica, ma anche di tensione e cambiamento sociale. In tutta Italia, così come nel resto del mondo occidentale, le nuove generazioni mettevano in discussione i modelli ereditati e le donne iniziavano a rivendicare un ruolo diverso nella società. Il fatto che mio nonno avesse quattro figlie colloca questa storia direttamente all’interno di questo cambiamento: le loro vite si sono svolte in un momento in cui essere donna in Italia stava iniziando a significare qualcosa di diverso. La loro esperienza è inseparabile dalla più ampia lotta per l’emancipazione femminile, che stava ridefinendo ruoli, aspettative e possibilità. La storia della mia famiglia si inserisce in questo momento di transizione. Riflette una tensione silenziosa ma potente tra un sistema patriarcale profondamente radicato e il desiderio di cambiamento. Mio nonno incarnava questa contraddizione. Credeva nell’autorità e occupava un ruolo centrale all’interno della famiglia, ma allo stesso tempo compì una scelta inaspettata: invece di fornire una dote, come era consuetudine, decise di investire nell’educazione delle sue figlie, dicendo loro che la loro indipendenza sarebbe stata la loro dote.
Per anni ho ascoltato questa storia senza comprenderne fino in fondo il peso. È stato solo attraverso la realizzazione di questo film che ho iniziato a coglierne l’importanza e l’ambiguità. In quel gesto convivono controllo e liberazione, tradizione e cambiamento. La sua morte è stata un momento cruciale per la mia famiglia. Da un lato ha portato una forma di liberazione a mia madre e alle sue sorelle. Dall’altro, ha impedito un confronto che forse sarebbe stato necessario: un momento di rottura, di ribellione, di risoluzione. In sua assenza, è diventato progressivamente una figura mitica. Mia madre parlava delle sue contraddizioni, ma spesso con una certa nostalgia, ricordando gli insegnamenti che aveva trasmesso. Questa ambiguità mi ha accompagnato nella crescita. Mi sono trovato a chiedermi se quell’autorità fosse qualcosa da respingere o da comprendere: se la durezza potesse essere una forma di amore.
È questa contraddizione che mi interessa di più. L’Amore Severo è allo stesso tempo un percorso personale e una riflessione su un cambiamento storico più ampio. Si muove tra il microcosmo della mia famiglia e la trasformazione della società italiana, in un momento in cui le strutture del passato iniziavano a incrinarsi e nuove voci emergevano. È un tentativo di comprendere le forze che hanno plasmato chi mi ha preceduto e come i loro echi continuino a plasmare me oggi.
Approccio artistico
Il punto di partenza del film è stato una scatola di pellicole Super 8 che mia zia mi ha dato. Come montatore e come persona profondamente legata al documentario, ho subito percepito che quelle immagini contenevano il potenziale di una storia. Dopo aver lavorato a Without Gorky, un film sulla famiglia di mia moglie, ho riconosciuto in questo materiale l’opportunità di esplorare il mio passato. Allo stesso tempo, mia moglie, la regista Cosima Spender, ha avuto un ruolo importante nello spingermi a confrontarmi con questo materiale. Questo film è diventato qualcosa di ancora più personale, portandomi a interrogarmi non solo come figlio, ma anche come padre. Questi home movies inizialmente sembravano semplici ritratti di vita familiare. Ma osservandoli più attentamente, ho percepito un’assenza. La mancanza di suono creava uno spazio che ho iniziato a riempire con le voci con cui sono cresciuto. Le storie di mia madre e delle mie zie sono diventate la colonna sonora del film, un livello invisibile che dà significato alle immagini. Ho intervistato mia madre e le sue sorelle separatamente, per creare uno spazio intimo in cui ciascuna potesse esprimersi liberamente.
Allo stesso tempo, ho voluto ricreare la dinamica che ricordavo da bambino: conversazioni sovrapposte, interruzioni, piccoli conflitti, passaggi tra ironia e tensione. Questa energia collettiva è diventata parte della struttura del film, una sorta di presenza corale. Nel lavorare su questo materiale mi sono ispirato a film come My Architect e Capturing the Friedmans, che utilizzano archivi personali per rivelare progressivamente verità più profonde. Anche qui il Super 8 non documenta semplicemente la vita familiare, ma la nasconde. Il film diventa un processo di svelamento. Visivamente ed emotivamente, ho cercato anche una dimensione più poetica. Volevo che il materiale d’archivio tornasse a vivere, superando la sua funzione documentaria per diventare qualcosa di più soggettivo. In questo senso mi sono ispirato a opere come La Jetée di Chris Marker, dove immagini d’archivio vengono riattivate attraverso suono e memoria. L’obiettivo era creare un film intimo e riflessivo, in cui immagine e voce dialogano per ricostruire un passato personale e collettivo, e in cui la memoria diventa uno spazio in cui realtà e interpretazione si sovrappongono continuamente.
Valerio Bonelli