TULIPANI DI SETA NERA 19 - "Frana Futura": Tra
documentario naturalista e visione poetica
C’è qualcosa di profondamente ipnotico in “
Frana Futura” di Sofia Merelli, Francesco Luzzana ed Elena Bongiorno, documentario finalista al festival “Tulipani di seta nera”. Un’opera che sembra muoversi costantemente tra due dimensioni: quella concreta del documentario e quella più astratta, quasi meditativa, di una visione poetica del mondo.
Girato interamente in Liguria, il corto osserva il territorio, la pietra, il mare, il lavoro umano. Ma soprattutto osserva il cambiamento. La frana è un evento naturale, ma anche una forza che modifica il paesaggio e costringe tutto il resto a reagire. Gli esseri umani costruiscono, proteggono, arginano. Come, ad esempio, quando stendono le reti metalliche sui massi come cicatrici necessarie, come protezione. I muri a secco dialogano con la roccia viva. Le inquadrature della natura fanno da padrone e ne descrivono l’immensità, ogni tanto vediamo anche degli esseri umani, che interagiscono con essa.
La scelta più radicale del film è il silenzio. O meglio: l’assenza di parole. Non ci sono dialoghi, non esiste una voce guida che spieghi ciò che stiamo guardando. Restano soltanto i suoni. Il vento, il mare, i rumori metallici degli operai al lavoro, gli attriti della materia. E in sottofondo, appena percettibile, qualche traccia musicale che non invade mai la scena.
Il ritmo è lento, contemplativo, quasi ostinato nel voler restare fermo sulle cose, le quali, però, mutano. Non cerca l’effetto immediato né la spettacolarizzazione del dissesto ambientale, preferisce osservare.
Molto interessanti i giochi tra luce e buio, presenti all’inizio e alla fine del film.
Ci sono immagini che sembrano dipinte: il blu del mare, la texture delle rocce, i corpi dei rocciatori sospesi tra tecnica e fatica.
Ma la cosa più interessante è forse il modo in cui la frana viene reinterpretata. Non solo distruzione, ma trasformazione. Ogni crollo mette in moto nuovi processi: lavori conservativi, interventi di protezione, ricostruzioni, adattamenti. Il territorio cambia e con lui cambiano anche gli uomini e le donne che lo abitano e lo attraversano. In questo senso, il documentario parla tanto del futuro quanto della memoria, del rapporto continuo tra ciò che resiste e ciò che inevitabilmente si sgretola.
È un cinema materico, fisico, che quasi si sente sotto le dita. Eppure, mantiene anche uno sguardo artistico poetico, capace di trasformare un’operazione documentaristica in qualcosa di più profondo e stratificato di significati. I quali, però, non sono mai resi del tutto espliciti. È necessario, da parte di chi osserva, un lavoro di interpretazione. Non è un corto che cerca di piacere a tutti. Procede con lentezza e delicatezza, per cui richiede pazienza, attenzione e disponibilità a lasciarsi attraversare dalle immagini. Forse qualche indicazione più puntuale su ciò che si osserva sarebbe utile per una maggiore comprensione. Poiché un prodotto artistico, seppur concettuale e poetico nella sua bellezza, deve essere comprensibile al pubblico.
“
Frana Futura” racconta un’atmosfera, un evento naturale catastrofico che diventa un simbolo. Racconta un lavoro silenzioso, ruvido e affascinante, che guarda alla fragilità del paesaggio per parlare, in fondo, anche della nostra.
10/05/2026, 11:55
Marta Bello