TULIPANI DI SETA NERA 19 - "Il Capitano": Un uomo
e il peso silenzioso della sua esistenza
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Il Capitano” di Antonio Longobardi, prodotto da Alchemica Pictures, è uno dei documentari finalisti al Festival “Tulipani di Seta Nera” ed è sinceramente autentico. Un film breve - appena 26 minuti - he però riesce a lasciare addosso una sensazione strana, quasi salmastra. Come quando si scende da una barca dopo essere stati troppo tempo in mare.
Il protagonista è
Paolo Angelini, anziano capitano attraccato al porto di Agropoli. Ma il film non cerca mai di trasformarlo in un personaggio “romantico”. Anzi, la cosa più interessante è proprio questa: Longobardi sembra rifiutare qualunque estetica da cartolina. Non c’è la ricerca del bello a tutti i costi. La macchina da presa indugia su dettagli ruvidi - libri vecchi, occhiali rotti, mobili consumati dall’umidità, la pelle segnata, perfino le unghie dei piedi. Interessante la narrazione del corpo dell’uomo: anziano, ricco di rughe che non sono difetti, ma simboli di vita vissuta. Segni e imperfezioni che vengono raccontati con grazia e verità. Tutto appare vissuto, stanco, reale, senza la ricerca di un senso estetico necessariamente “bello”. Ed è lì che il documentario trova la sua forza.
Le inquadrature sono spesso molto interessanti, soprattutto nella prima parte interamente ambientata sulla barca. Si percepisce quasi l’odore del legno bagnato e del vino rosso.
Paolo Angelini incarna esattamente quell’immagine archetipica dell’uomo di mare solitario: burbero ma non ostile, diffidente verso il genere umano, immerso in una quotidianità umile e ripetitiva. Sempre con la televisione o la radio accesa in sottofondo, come per riempire il silenzio e il vuoto.
A colpire è soprattutto il senso di sospensione. Il capitano telefona spesso a varie persone, ma il documentario non spiega mai davvero chi siano né perché le chiami. E va bene così. Non tutto viene chiarito, non tutto viene chiuso. Rimane una sensazione di distanza, di vuoto, forse anche di solitudine cronica. Il mare, però, è ovunque.
Traspare continuamente il legame profondo che quest’uomo ha con la sua barca e con la vita marinaresca.
Un aspetto che stride riguarda la descrizione ufficiale del film, che parla di un capitano in attesa di un nuovo viaggio che forse non inizierà mai, ma nel film questa idea resta sullo sfondo. Non sembra davvero esserci una partenza imminente: Paolo resta nella monotonia delle sue giornate.
Non tutto convince allo stesso modo. Alcune scene - soprattutto quelle ambientate fuori dalla barca, come quella nel supermercato - danno l’impressione di un’immagine un po’ spenta e piatta, dai colori grigi, come se mancasse un lavoro più preciso di color correction. Ma potrebbe anche essere un’imperfezione coerente con il tono del documentario, con quel realismo quasi ostinato che rifiuta di “abbellire” la vita e che piuttosto preferisce raccontarla in modo crudo.
Bella invece la scelta musicale, sia in apertura che nel finale.
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Il Capitano” non racconta grandi eventi. Mostra semplicemente un uomo e il peso silenzioso della sua esistenza. Ed è proprio questa semplicità, a tratti persino brutta e scomoda, che rende il documentario così umano.
10/05/2026, 13:59
Marta Bello