TULIPANI DI SETA NERA 19 - “The Madmen Coach”:
Il documentario che combatte lo stigma
della malattia mentale grazie allo sport
Tra i titoli più intensi e umanamente travolgenti in finale al festival “Tulipani di Seta Nera” 2026 c’è “
The Madmen Coach” di Carlo Liberatore, uno di quei documentari che restano addosso anche dopo la visione. Non soltanto per ciò che racconta, ma per la profonda delicatezza con cui lo fa.
Ambientato tra le strade di Dakar e il viaggio verso l’Italia, il film segue l’incredibile progetto di riabilitazione psico-sociale guidato da Malick Biteye, soprannominato “l’allenatore dei matti”, da cui deriva il titolo. Dopo un’esperienza lavorativa nei centri psichiatrici in Italia, ha deciso di tornare nella sua terra natale per creare una squadra di calcio composta da giovani con disturbi mentali in Senegal, dove la salute mentale è ancora fortemente stigmatizzata.
E, come sostiene un collaboratore del progetto: “In Senegal la salute mentale non è molto conosciuta e coesistono diversi approcci: la medicina tradizionale, propria della nostra cultura che lavora sull’aspetto metafisico: come la possessione, gli spiriti, i demoni… e poi c’è la medicina moderna. La coesistenza di questi due approcci è il motivo per cui la malattia mentale non è ben conosciuta e la presa in carico è diversificata. Bisogna sensibilizzare la comunità affinché capiscano cos’è la salute mentale”.
Il film colpisce subito per una regia di profonda sensibilità visiva. La fotografia è eccezionale. Le inquadrature e le immagini sono ricercate ma mai artificiose, sempre in equilibrio tra estetica e verità e senza mai tradire nessuna delle due. I dettagli dei volti si alternano a campi lunghi che mostrano Dakar in tutta la sua complessità, tra povertà, caos urbano e fragilità sociali. La città è parte viva del racconto.
Uno degli aspetti più forti del film è la riflessione sul senso di isolamento vissuto dalle persone con malattie psichiatriche. Molti dei ragazzi protagonisti sono stati lasciati ai margini della società, non hanno relazioni con l’altro, ascolto né possibilità. Attraverso il calcio, però, qualcosa cambia: tornano a costruire legami emotivi, a condividere emozioni, a sentirsi parte di un gruppo. Il loro entusiasmo nel realizzare un vero e proprio sogno è estremamente commovente.
Anche perché, come affermano nel documentario: “
Il calcio in Senegal è come una religione”, giocano ovunque, in ogni spazio disponibile, anche nei luoghi più improbabili. Lo sport diventa cura, possibilità di rinascita, occasione concreta di reinserimento sociale.
Malick Biteye appare come una guida animata da un altruismo raro. In un Paese di circa diciotto milioni di abitanti con appena quaranta psichiatri, la situazione è drammatica e il progetto è una straordinaria possibilità.
Grazie al sostegno di ECOS Therapy Football - Organizzazione Europea per la Cultura e lo Sport - i ragazzi riescono ad allenarsi ogni giorno, non senza difficoltà, e a prepararsi per una partita internazionale in Italia. Al centro di tutto c’è l’elogio dello sport come vera e propria medicina: “Lo sport produce sostanze chimiche nel cervello che sono neuromediatori, i quali sono antidepressivi naturali. E poi l’attività sportiva in gruppo permette a queste persone di riprendere un ruolo nella società, di interagire, parlare con altri”.
L’ispirazione all’esperienza italiana di "
Crazy for Football", ideata da Santo Rullo, professore e psichiatra italiano, è evidente. E come afferma Malick Biteye: “
Lo ammiro tanto. Mi piace molto quando dice che lo sport è l’unica attività che unisce un intervento biologico, psicologico e sociale”.
Impossibile non commuoversi davanti alla bontà d’animo dei protagonisti, molti dei quali sono i ragazzi che giocano nella squadra e che hanno deciso di raccontarsi in prima persona nel film.
La visione del documentario lascia in chi osserva un senso di profonda speranza.
Il viaggio per l’Italia, però, è tutt’altro che semplice: problemi burocratici, passaporti, assenze improvvise, difficoltà organizzative. Il film non nasconde nulla e proprio per questo riesce a essere così realistico e potente.
È impossibile restare indifferenti davanti all’entusiasmo di questi ragazzi. Il film è profondamente commovente. Racconta la malattia mentale con rispetto e umanità, senza stereotipi pietistici, mettendo al centro le persone prima delle diagnosi, simbolo di ciò anche il fatto che non venga mai citata nessuna patologia. Il risultato è un’opera sincera, delicata e incredibilmente necessaria. La delicatezza della regia trapela anche nei titoli di coda, poiché i ragazzi che sono intervenuti, raccontandosi nel documentario, vengono citati uno per uno. Forse le singole storie potevano essere maggiormente approfondite, ma potrebbe esser stata una scelta di ognuno quella di raccontare solo una piccola parte di sé.
Il finale, poi, è di quelli che commuovono davvero. Per molti dei protagonisti indossare una maglia e giocare in una squadra rappresenta un sogno che sembrava irraggiungibile. E vedere quel sogno diventare realtà significa assistere, anche solo per un momento, a una piccola vittoria contro lo stigma, la solitudine e l’abbandono. E ci ricorda di quanto lo sport possa diventare uno strumento di cura, inclusione e speranza.
11/05/2026, 09:32
Marta Bello