ANNA DI FRANCISCA - "La Bolla delle Acque Matte è una riflessione
su quello che è veramente importante nella vita"
“La Bolla delle Acque Matte” mette al centro un gruppo di persone che trova nella solidarietà, nello stare insieme, il senso della vita. Un percorso nel quale sembra essere fondamentale il rapporto con l’ambiente naturale nel quale vivono, un paesaggio montano, in Umbria, dalla bellezza mozzafiato. Quanto è importante nel tuo film il set naturale che hai trovato?
Anna Di Francisca: La “Bolla” nasce come titolo dalle cosiddette “acque matte” dei ruscelli carsici, le acque che vanno libere in tante direzioni e si mescolano in mille rivoli e ruscelli, proprio come avviene per le nazionalità del mio film, che si mescolano, e per le ricette del piccolo ristorante multietnico che nascerà. Il gruppo di resilienti, protagonista del film, è di varie nazionalità, in quanto l’idea del film era quella di creare un parallelismo tra chi ha perso tutto da migrante e chi ha perso tutto da terremotato. La scelta di girare a Castelluccio nasce per la bellezza di quel luogo, ferita prima dallo spopolamento e poi dal terremoto. Io vivo tra Umbria e Roma e conoscevo bene quei luoghi dalla grande bellezza: è diventato per me sempre più urgente e necessario fare questo documentario. Questa zona era inoltre perfetta per il mio stile, che posso definire come “realismo magico”. Ringrazio il cast, che ha lavorato benissimo in questo film corale, Fausto Russo Alesi (che ha vinto il Premio Zefiro come migliore attore al Bellaria Film Festival), Jaele Fo, Luca Vasini, Sidy Diop, Igor Stamulak, Kel Giordano, Ida Sansone, Elvira Cuflic Basso, Jacob Olesen e Suleman Ahamed e una meravigliosa troupe, che mi ha aiutato in un set con mille difficoltà, a 1400 metri senza avere la protezione del “cover set”, che ci ha portato a lavorare tra edifici pericolanti, terremotati e in un clima difficile.
Il film pone interrogativi molto attuali sugli stili di vita, tra un’autenticità di valori che si sta sempre più perdendo e una modernità che tutto cannibalizza. Nel tuo nuovo film prosegui, in qualche modo, gli spunti narrativi di "Evelyn tra le Nuvole"?
Anna Di Francisca: In effetti il film vuole essere una riflessione su quello che è veramente importante nella vita, vale a dire il concetto di empatia, di accoglienza, soprattutto in un momento come questo, governato da un egoismo imperante, cattiverie e guerre. Sentivo forte il desiderio di raccontare una fiaba che desse speranza, dove la costruzione delle case doveva andare di pari passo con la ricostruzione di un tessuto sociale, di una comunità. Sicuramente c’è un rapporto con “Evelyn tra le nuvole”, per la vicinanza al territorio, la centralità del paesaggio, anche se la storia è molto diversa.
Tra i temi che porti all’attenzione del pubblico, anche una sorta di patto generazionale, il passaggio di consegne tra chi è già nella terza età e i giovani: in questo senso, pensi di colmare un vuoto nelle narrazioni attuali per il piccolo e grande schermo, solitamente orientate al “giovanilismo”?
Anna Di Francisca: Direi che soprattutto nel film viene messo in evidenza il rapporto tra individui diversi tra loro, per religione e cultura e che devono imparare ad ascoltarsi, al di là delle età che questi hanno. Il film vuole far riflettere sul non avere pregiudizi e imparare a conoscere l’altro, ad ascoltare, a qualunque età.
Hai iniziato a fare la regista negli anni ’90, quando la direzione al femminile era veramente poco praticata. Pensi di aver dato un contributo all’affermazione del ruolo direttivo delle donne nel cinema italiano?
Anna Di Francisca: In effetti lavoro da parecchi anni, la mia direzione è stata più che altro orientata alla commedia sociale, anche se in questo caso il film è più vicino al realismo magico. Sicuramente ho dato un contributo allo sviluppo del cinema al femminile e sono sicuramente una persona molto determinata nel cercare di lavorare nella direzione dei film, ruolo che ho deciso di avere, e nell’affermare il mio stile.
Nel tuo lavoro hai spaziato dal lungometraggio, al documentario, alla fiction tv. A trent’anni dal tuo primo successo, il film “La Bruttina Stagionata”, dove si sta indirizzando il tuo lavoro e quali sono i tuoi progetti futuri?
Anna Di Francisca: Ho lavorato sia nei lunghi che nei documentari e fiction: il mio lavoro è indirizzato più verso temi sociali. Il mio prossimo film avrà a che fare con il matriarcato in Sardegna anche se non posso dire di più, anche per scaramanzia (dice sorridendo n.d.r.).
12/05/2026, 13:43
Elisabetta Vagaggini