GENERAZIONE FUMETTO - Il cinema racconta il
fumetto come linguaggio libero e nona arte
“
Generazione Fumetto”, documentario di
Omar Rashid dedicato alla memoria di Tuono Pettinato, è una dichiarazione d’amore verso il fumetto come linguaggio autonomo, libero, indipendente. Al cinema fino al 13 maggio.
Il film approfondisce il mondo delle “nuvole parlanti”, dalla sua genesi alle sue peculiarità: un medium con un linguaggio specifico, una sua grammatica e i suoi stilemi. Amplia la riflessione ponendo l’attenzione sul valore culturale, artistico e politico di un mezzo che per troppo tempo è stato relegato a “letteratura minore”, soprattutto in Italia.
Il film costruisce il proprio discorso attraverso una serie di interventi molto diversi tra loro ma sorprendentemente coerenti: Zerocalcare, Sara Pichelli, Sio, Mirka Andolfo, Micol e Mirco, Rita Petruccioli, Giacomo Bevilacqua, Roberto Recchioni, Vera Gheno, Licia Troisi, Lillo. Ognuno aggiunge un tassello diverso a una riflessione collettiva che parte da una domanda semplice: cos’è davvero il fumetto oggi?
La risposta del documentario è chiara fin dall’inizio: il fumetto è un linguaggio antico, addirittura ancestrale, che risale idealmente fino alle pitture rupestri. Un sistema espressivo semplice solo in apparenza, in realtà “ibrido”, complesso, articolato, capace di fondere immagini e parole in una forma narrativa unica. Come sostiene Lillo: “il fumetto è una delle forme d’arte più complete perché unisce illustrazione, letteratura, e poi il racconto, quindi, il cinema”.
Un’osservazione che torna più volte anche negli interventi di Recchioni, quando parla della vicinanza tra fumetto e cinema e di questo linguaggio “di crasi”, nato dall’unione di codici differenti. Non a caso il documentario dedica spazio anche all’incontro sempre più stretto tra fumetto e cinema, iniziato con il Marvel Cinematic Universe. A tal proposito, però, emerge anche un punto critico interessante: trasportare una storia da un medium a un altro resta sempre un’operazione problematica, perché ogni linguaggio ha le proprie regole e le proprie specificità. E l’operazione di trasformare un fumetto in un film non riesce sempre.
A proposito di ciò, un altro confronto interessante tra fumetto e cinema è legato alla semplicità del primo e alla complessità di realizzazione del secondo. Realizzare un film richiede un certo investimento economico, un gran numero di persone coinvolte, una certa complessità organizzativa, mentre il fumetto è l’esatto opposto. Il documentario rivendica, infatti, la totale indipendenza del fumetto, la sua capacità di esistere senza bisogno di legittimazioni esterne, realizzabile solo da una persona con un foglio di carta e una matita. Per ciò, il fumetto è definito “Il cinema dei poveri”, come ricorda anche la fumettista Rita Petruccioli nel film.
Vera Gheno parla del fumetto come di un medium capace di funzionare su più canali contemporaneamente e denuncia la tendenza a sottovalutarne l’impatto culturale e politico. In realtà, sostiene, il fumetto è sempre stato un veicolo di idee, anche politiche. E il documentario sembra darle ragione soprattutto quando affronta il tema della rappresentazione e della questione di genere, sollevata da Rita Petruccioli.
C’è poi un altro aspetto che il film racconta molto bene: la capacità del fumetto di unire le generazioni, dai più grandi ai più piccoli. Il titolo “Generazione Fumetto” nasce proprio da qui. Il fumetto attraversa età, pubblici e contesti sociali diversi perché possiede una natura immediata e democratica.
Dal punto di vista della struttura, “Generazione Fumetto” procede quasi come una conversazione collettiva. Non cerca una narrazione lineare o accademica, ma preferisce lasciare spazio alle voci degli autori e delle autrici, alle loro esperienze e alle loro idee. Questa coralità rende il documentario vivo e coinvolgente. A tratti un po’ scolastico, ma sicuramente interessante sia per i neofiti che vogliono capire qualcosa di più sul mondo del fumetto, sia per le persone appassionate. Senza dubbio è una raccolta di testimonianze preziose degli addetti ai lavori.
Una pecca riguarda forse un’eccessiva romanticizzazione del lavoro di fumettista, spesso difficile, soprattutto in Italia, con un mercato editoriale fortemente in crisi dove i fumettisti e le fumettiste sono sottopagate. A tutti questi aspetti concreti e problematici non si fa il minimo riferimento. Eppure, senza i disegnatori e le disegnatrici, i fumetti non esisterebbero.
Alla fine, resta soprattutto la sensazione di aver assistito non tanto a un documentario “sul” fumetto, quanto a un documentario “attraverso” il fumetto: un viaggio nella sua genesi, nelle sue specificità, nella sua libertà espressiva.
Omar Rashid usa il cinema per raccontare un altro linguaggio, quello del fumetto, e ci riesce. Crea un’opera appassionata e consapevole, che riesce a restituire dignità artistica a un medium ancora troppo spesso sottovalutato, ricordandoci che il fumetto non è un’arte minore, ma semplicemente un altro modo — potentissimo — di raccontare il tempo, lo spazio e il mondo.
13/05/2026, 08:23
Marta Bello