Note di regia di "Crespi d'Adda. Utopia del Lavoro"
Per Emil Cioran ogni utopia è un “inferno rosato”. Concordo, ma c’è inferno ed inferno, utopia ed utopia. Quella di Crespi d’Adda, certo non era un bengodi dei lavoratori, eppure se si pensa alle condizioni degli operai di fine Ottocento, è indubbio che all’interesse padronale si affiancò un certo afflato sociale.
Questo permise condizioni di vita e lavoro decisamente migliori di quelle che regnavano fuori le mura del villaggio Crespi. Una realtà architettonica e sociale che ha suscitato subito il mio interesse, a partire da quando me ne parlò l’amico e autore Walter Mariotti, attento viaggiatore nel passato architettonico italiano. Con questa opera ho cercato di raccontare un luogo, una idea, una speranza. Soprattutto un simbolo, quello di un capitalismo industriale illuminato, certo padronale e occhiuto, ma mosso dall’astuta considerazione che una impresa non è tale senza i lavoratori che la compongono, ai quali non è solo umano ma anche scaltro concedere condizioni di lavoro adeguate. Quantomeno fino a che lavoratori prima e padroni dopo non verremo forse tutti sostituiti dall’intelligenza artificiale.
Alessandro Melazzini