Note di regia di "Katharsis"
Il documentario nasce da un profondo sentimento di empatia, sviluppato all’interno di un’amicizia con un nuovo compagno di scuola. Diego, infatti, era appena stato bocciato e nella nuova classe non parlava quasi con nessuno, era silenzioso e serio, aveva atteggiamenti diversi dagli altri ragazzi. Io li colsi dopo poco tempo, capendo che forse c’era qualcosa nel suo passato. Siamo presto diventati amici e pian piano ho conosciuto la sua storia. Non è stato difficile capire che aveva bisogno di raccontarsi a qualcuno, di liberarsi da tutta la rabbia che aveva dentro. Per questo usava spesso la boxe e il rap come valvola di sfogo, ed entrambe le cose gli riuscivano bene, ma forse non bastavano.
Dunque il titolo nasce proprio dal desiderio di una “catarsi”, una tecnica usata in psicoanalisi per esprimere ricordi del passato, rimuovendoli dal subconscio per liberare se stessi da esperienze traumatizzanti. Diego dopo tanti sforzi riesce infatti a parlare di una delle tante esperienze negative vissute nell’adolescenza, in modo diretto, guardando davanti alla telecamera.
Prima di arrivare alle riprese però è stato necessario un lungo lavoro di dialogo con il protagonista, per ricostruire bene tutta la sua storia e capire quali esperienze lo hanno segnato di più. Durante questa fase è stato possibile instaurare con lui un legame ancora più forte e una maggiore fiducia reciproca che hanno permesso di farci entrare in sintonia.
Successivamente, durante la scrittura, si è deciso con il protagonista stesso quali informazioni potessero essere usate nel documentario e in che modo far percepire la rabbia che porta dentro. Scegliendo di porgere l’attenzione unicamente ai fatti legati al migliore amico di Diego, e del suo suicidio all’interno di un carcere. È infatti questo che lo ha spinto a cambiare stile di vita e allontanarsi dalla vita di strada, oltre che a iniziare il suo percorso psichiatrico che lo ha aiutato negli ultimi anni.
Davide Cossalter