SMART WORKING - Workplace comedy 2.0
La metafora perfetta per descrivere l’opera seconda di
Svevo Moltrasio – già regista di
Gli ospiti e prolifico autore di serie web come
Ritals e
Il rimpatriato – è contenuta proprio all’interno di
Smart Working: a un certo momento, quando il caos sta dilagando senza controllo nella casa dei protagonisti Laura (Sara Lazzaro) e Giuliano (Maccio Capatonda), il tecnico responsabile di risolvere ogni problema informatico o tecnologico dei colleghi di Giuliano – che si sono praticamente stabiliti a casa di quest’ultimo per lavorare – ha la brillante idea di comprare (a spese anticipate da Giuliano, naturalmente) un distributore automatico di bevande e merendine. Del resto, per andare al bar serve troppo tempo, il caffè in casa finisce subito e le “ordinazioni” creano confusione. Come per il lavoro, così per il cibo, dunque: se Maometto non va alla montagna…
In questo paradossale tentativo di dare una risposta razionale a un problema irrazionale, soprassedendo a ritroso sulla causa di un effetto tramutatosi a sua volta nella causa di qualche altro danno e imprevisto, sta forse l’idea centrale del film, che lavora sull’accumulo e sulla saturazione (anche fisica, dello spazio scenico, oltre che di gag e battute), sulla ripetizione in escalation fino al parossismo performato alternativamente da Moltrasio stesso (che si ritaglia la parte della spalla comica), da un Capatonda che sa essere padrone della scena anche se di fatto è succube delle circostanze e da Maurizio Nichetti, effervescente guest-star nei panni del succitato tecnico.
A proposito di Nichetti, torniamo al distributore automatico. Ciò che per i colleghi è manna dal cielo (il caffè, ovvero la pausa caffè) in un contesto in cui hanno dovuto (?) ricreare le dinamiche da ufficio nel salotto di Giuliano, diventa per gli spettatori del film il simbolo di una sorta di juke-box cine-gastronomico che vuole accontentare tutti i gusti. Si gradisce una commedia sana, leggera, non volgare? È servita.
Temi sociali à la page quali “nuove dinamiche di relazione coniugale” o “l’apparenza inganna”? Presenti. Una spolverata di analisi critica sull’industria culturale (leggi: editoria. O cinema?) con un approfondimento sull’autorialità e i dilemmi morali che ne conseguono, più un pizzico di aggiornamento di sociologia del lavoro per far rimpiangere i tempi in cui “quando si stava peggio (in ufficio) si stava meglio” (rispetto all’odierno e onnipresente smart working che annichilisce i rapporti sociali e rende incapaci di relazionarsi) e il film è in tavola. Cioè, in sala.
Per evitare fraintendimenti:
Smart Working funziona. Assolve più che dignitosamente ai suoi compiti, ovvero sollevare delicatamente qualche riflessione sul presente e sul mondo in cui viviamo e far divertire il suo pubblico. Solo che mette davvero tanta carne al fuoco, riempie ogni casella del distributore di sottotrame che non possono che esaurirsi nel tempo di un paio di battute (pure ben
riuscite, intendiamoci) e alla fine pare non sappia scegliere se voler essere una commedia dolce o amara. Il problema fondamentale di
Smart Working non è però una mancata profondità che non avremmo nemmeno il diritto di pretendere, quanto quello di un ritmo faticoso: alcune performance attoriali che esagerano il lato drammatico degli eventi, certe lungaggini di sceneggiatura che annacquano e prolungano oltre il dovuto l’evolversi delle micro vicende, un montaggio piuttosto inerte che non dà alcun brio alle trovate pur godibili della regia penalizzano la fluidità della narrazione.
Ci resta comunque il sorriso sulle labbra per la simpatia dei personaggi, per l’intelligenza dell’approccio alle tematiche, e per qualche bel richiamo colto che, tra i fratelli Marx e – azzardiamo! – Zbigniew Rybczyński, ci riporta persino al Neorealismo, improntando al celeberrimo “Francesco!” rosselliniano una delle scene più comiche del film. Irriverente? Può darsi. Sfacciato? Certamente.
03/06/2026, 08:19
Alessandro Guatti