Note di regia di "Non più Andrai"
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Non più Andrai" nasce da una paura molto semplice, ovvero dover lasciare tutto senza essere ancora pronto. Volevo raccontare il momento che precede una partenza definitiva, quando ancora non è successo nulla, ma è già tutto cambiato. Il protagonista non riflette sulla guerra in modo astratto, ma si riconnette a alle persone e ai piccoli gesti che hanno dato forma alla sua vita. Un pacchetto di sigarette, una bottiglia e una fotografia sono oggetti semplici e allo stesso tempo dei simulacri di ricordi. Per lui diventano improvvisamente insopportabili, perché contengono più futuro di quanto lui possa permettersi di immaginare.
La memoria emerge senza ordine e senza controllo, come accade quando si ha paura. Non sono scene idealizzate, infatti risultano quotidiane, imperfette, fragili. Proprio per questo fanno male. Rivivendole, il protagonista si rende conto che non sta solo partendo, ma sta lasciando una versione di sé che non potrà più recuperare. La regia sceglie di restare molto vicina al personaggio, quasi a non lasciarlo mai solo. Lo spazio è ristretto e ripetitivo, fatto
di riflessi e dettagli, come se anche l’ambiente stesse trattenendo il respiro insieme a lui.
La musica accompagna questo tempo sospeso fino a diventare troppo pesante da sostenere, costringendolo a interromperla. L’aria di Mozart è un ovvio collegamento con il fatto che lui sia costretto per motivi ignoti ad andare al fronte: nell’aria, Figaro si prende gioco di Cherubino, misero paggio, obbligato a partire per il reggimento militare di Siviglia, abbandonando i piaceri della vita di corte per una supposta “gloria” illusoria.
Questo film manifesta il bisogno di fermarsi un istante prima e contemplare ciò che a volte si dà per scontato e valorizzare l’importanza dei ricordi, di guardare ciò che viene sacrificato prima ancora che la violenza cominci. Non più andrai è il tentativo di dare valore a quell’attimo fragile in cui si capisce che crescere, a volte, significa perdere qualcosa per sempre. Il corto è una riflessione su come dei ricordi travolgano un ragazzo tramite un flusso incontrollato con emozioni contrastanti ma legate al suo presente e a ciò con cui interagisce.
Inoltre la messa in scena della vicenda gradualmente prende una piega sempre più occlusiva, in parte onirica, specie dal ricordo con la ragazza e fino al climax nel presente. Le prime due rimembranze vengono avviate tramite ponti sonori e match-cut o raccordi di movimento: l’apertura del pacchetto di sigarette, la presa della bottiglia da parte del figlio nel presente e del padre nel passato. Nella terza avviene l’unico cambio di aspect ratio e da un 16:9 si passa a un 1:1 per il riferimento al formato della fotografia. Ogni ricordo è girato con una tecnica diversa: il momento serale con gli amici in un piano sequenza, la scena con il padre in uno stile più classico ma con degli inserti stranianti di dutch angle e MACRO, e nella scena con Irene il dialogo risulta discontinuo seppur fluido. Infatti i due sono seduti a un tavolo in mezzo al verde e camminano conversando per il parco. I momenti si sovrappongono quasi dialogando tra loro, sbiadendo il confine tra ciò che è reale e ciò che sta ricostruendo il protagonista nella sua mente. Il soldato rimane senza nome (in sceneggiatura è chiamato solo “P.”), a differenza dei suoi amici, sia per acuire il mistero sulla sua figura, sia perché la vicenda è volutamente indefinita e universale: P. potrebbe essere chiunque, un ragazzo qualsiasi che ora si trova in un momento decisivo e drammatico.
Invece il nome “Irene” attribuito alla ragazza ha un’ambivalenza sottile, in quanto nella sua origine greca (Εἰρήνη) significa “pace”.
Raffaele Rossi