IL LABIRINTO - Alberto Gemmi: "Un'ode alla vita e alla pace"
Alberto Gemmi è il regista de "
Il Labirinto", presentato in anteprima al Biografilm 2026 e in autunno nelle sale italiane grazie alla distribuzione di OpenDDB. Lo abbiamo intervistato.
Nel documentario racconti il cimitero germanico della Futa, in Toscana, in cui sono sepolti oltre 30.000 soldati tedeschi morti nella seconda Guerra Mondiale. Quando è entrato nella tua vita?
L'ho visto per la prima volta parecchi anni fa, i primissimi sopralluoghi risalgono al 2016, c'è stato un lungo lavoro di ricerca, e nel 2018 abbiamo fatto le primissime riprese di ricognizione. Il progetto ha poi preso forma e struttura dopo il Covid, quando la produzione Tekla lo ha preso con sé ed è iniziato il percorso produttivo. Il primo pitch l'ho fatto nel 2019 a Bio to B.
Nel 2016 era stato Francesco Pastore, il montatore del mio precedente documentario "Ogni Opera di Confessione", ad avermelo in qualche modo "presentato", contestualmente avevo notato le prime locandine della compagnia teatrale Archivio Zeta, che faceva e fa ancora spettacoli lì, visivamente quella piramide di pietra che tagliava le nuvole mi ha colpito
da subito. Pensavo fosse affascinante, che unisse arte memoria, architettura...
Un monumento architettonicamente splendido dedicato ai "nemici" per antonomasia, i soldati tedeschi...
Sì, il cimitero è sempre apparso il luogo del paradosso. Il film restituisce questa struttura ricca di senso e prismatica, con tanti livelli di lettura, complesso. Siamo in Toscana, a Fiorenzuola, c'è questa sorta di nave di pietra che si staglia verso il cielo... tanti erano i soldati tedeschi caduti in quelle aree, vicine alla linea gotica, oltre 30.000 soldati, che lo rendono il più grande in Italia (ma ce ne sono altri), a pochi chilometri dal memoriale di Marzabotto.
La struttura della Futa è incredibile.
Progettato dall’architetto Dieter Oesterlen e dal paesaggista Walter Rossow, parecchi anni dopo la guerra (è stato terminato nel 1969), costituiva un nuovo modello di conoscenza e coscienza, è una spirale-labirinto e forse il primo esempio di un'architettura che lasciava l'idea della glorificazione della guerra (come i sacrari del primo conflitto mondiale) per un nuovo modello, più fluido, che si innesta sul paesaggio e ragiona sui rischi della semplificazione del conflitto.
Quali sono i resti di queste guerre? Che eredità lasciano? Sembra che non abbiamo imparato nulla, viste le guerre che sono in corso... è anche un luogo del futuro, uno spazio molto attivo, attraversato continuamente da personaggi che ho cercato di filmare. La Futa è un magnete-microcosmo che cerco di osservare.
La compagnia teatrale opera lì dal 2003, abbiamo scelto insieme che mettessero in scena "La Montagna incantata"; c'è poi il custode che meticolosamente archivia tutti i resti che si trovano nei pressi, ci sono i parenti delle vittime che vanno in visita, i militari tedeschi impegnati nella manutenzione, signori anziani coi metal detector.... c'è una densità che si muove. intorno e dentro al Labirinto.
Che approccio hai scelto per questo racconto?
Quasi da antropologia visiva, serviva tempo per creare relazioni, in questo genere di film di osservazione è utile creare relazioni intense, serve tanto tempo da passare sul luogo. Ho perimetrato l'area, contato i centimetri, prima di accendere la macchina da presa cercavo intimità e non era facile visto l'argomento.
Il tema è delicato, lo sapevo: ogni volta che ne parlavo ai pitch e nei mercati c'era sempre stata difficoltà e fraintendimenti, i morti lì sono i soldati tedeschi e c'era la paura di "glorificazione"... Ho sempre cercato di aggiustare il tiro e mettere in chiaro che non era un documentario storiografico o l'esaltazione del nazifascismo, ma un progetto su un luogo della memoria che è anche un'installazione.
Avevo dubbi anche io, all'inizio, sono cresciuto in Emilia Romagna e i racconti partigiani sono nel tessuto sociale, ma fin da subito ho capito che il centro non era quello. Non voglio trovare responsabili o colpevoli, non è un atto politico, è un intervento su un luogo che cerca di andare oltre, a livello metafisico. Lascio tante domande allo spettatore.
Lavorare lì dentro ha un significato e un suo peso, parlare di un soldato morto lì dentro è l'amplificazione del concetto. La stratificazione ha pagato, è stato capito e ne sono felice. Vuole essere una riflessione sul genere umano, il lutto c'è ma anche un'ode alla vita e alla pace.
Come hai lavorato con gli archivi?
Ho tentato di creare un livello ulteriore, è stato complicato all'inizio perché lo volevo usare ma in modo creativo, non didascalico, e avevamo viste tante volte immagini di quella guerra... Volevo qualcosa che fosse più sfocato, come una eco della memoria.
All'inizio non trovavo nulla, poi mentre montavamo le immagini mi hanno dato suggestioni e una direzione in cui andare: molto arriva dall'archivio della Cineteca di Bologna, c'è il filmato "Un alpino della Settima" che racconta di un anziano che recupera nelle montagne i resti del padre, ma anche "I Recuperanti" di Olmi.
Ci sono altri filmati più estetici e sognanti, come un fiore che si decompone o nasce, ci sono quelli statunitensi della NARA (National Archives and Records Administration), che filmavano tantissimo e hanno immagini inedite di soldati morti avvolti da insetti... E poi l'archivio dell'architetto, che è in Germania, qualcosa dal Luce e da altri archivi. Un lavoro complesso e prezioso, la mia attività principale si svolge al laboratorio L'Immagine Ritrovata di Bologna, mi passano quotidianamente queste immagini.
Come è andata la prima bolognese?
Molto bene! Siamo molto felici, abbiamo fatto anche una piccola performance con un reading al buio con le torce, molto emozionante. Abbiamo avuto ritorni positivi, il timore c'era di essere fraintesi ma il pubblico ha colto queste sfumature. Continueremo coi festival e poi avrà la sua distribuzione, ci vediamo in sala.
11/06/2026, 14:33
Carlo Griseri