ITALIA FILM FEDIC 76 - Chelsom: "Dall'Inghilterra
a Hollywood, ora l'Italia"
Il regista e sceneggiatore britannico
Peter Chelsom è stato ospite a Montecatini Terme del festival Italia Film Fedic, dove ha ricevuto il Premio alla carriera 2026. Lo abbiamo intervistato.
Ha iniziato come attore teatrale, ma è passato quasi subito alla regia: come mai?
Ho avuto una carriera molto rispettabile come attore negli anni Ottanta, ho lavorato anche nella Royal Shakespeare Company, ma c'è stato un momento di epifania nel mio percorso, durante il mio ultimo impegno come attore, in un pezzo di Molière, "L'Avaro".
Durante le prove, l'attore Sir Nigel Hawthorne mi ha detto: "Peter, tu dovresti diventare regista". Io ho risposto di no, per me voleva dire che non sapevo recitare! Come se mi dicesse per favore, cambia mestiere...
Mi spiegò poi che ero un buon attore, ma avevo come un "terzo occhio" molto sviluppato e mi sono accorto che aveva ragione: pensavo come un regista e non come un attore. Non riuscivo a immergermi nel ruolo a causa proprio di questo aspetto... Era un progetto molto macchinoso per me. Non so come spiegare: guardavo l'orologio ma non vedevo l'ora, vedevo gli ingranaggi. Da quel momento non sono più stato attore, mai.
Mi sento molto fortunato di avere avuto quegli anni di recitazione, e a quel livello: credo che per comprendere gli attori sia fondamentale, è un consiglio che darei a chiunque volesse fare il regista, fate un corso di recitazione! L'idraulico arriva con una borsa di attrezzi, l'attore con una borsa di emozioni e comincia a fare il giocoliere, è un lavoro molto delicato dirigere gli attori e anche capire quando lasciarli soli, invece di soffocarli.
Mi è successo ad esempio con Fabrizio Bentivoglio sul set di "Security": un giorno gli ho proposto di "dirigersi da solo" perché sentiva di voler ripetere una scena anche se per me non c'era bisogno, andava benissimo quello che aveva fatto nel ciak precedente. Ma a lui in quel momento serviva farlo, e lo abbiamo fatto.
Siamo a un festival di cortometraggi, ci racconti qualcosa del suo esordio del 1987, "Treacle"?
Ho cominciato come tanti registi facendo un cortometraggio, è un mezzo che mi piace molto e a cui tengo. E' molto difficile fare un bel corto, che funzioni. Non deve essere una versione corta di una storia lunga, non deve "scusarsi" perché non è un lungo, come una poesia non deve scusarsi di non essere un romanzo...
Non deve necessariamente avere uno svolgimento lineare, ma dare la sensazione di aver completato a modo suo un cerchio. Se potessi avere una carriera facendo solo corti lo farei! Anche per questo ho fatto molti spot.
Quando lavoro sono davvero ossessionato da quello che faccio, non mi sento mai stanco, ovviamente è una cosa che ha anche lati negativi ma credo che il costante impegno e la dedizione, nei progetti grandi ma anche in quelli più piccoli, che sono fondamentali perché ti tengono attento, ti allenano.
Come lavora ai suoi progetti in fase di sviluppo?
Tanti anni fa sono stato membro di una commissione che doveva scegliere a chi dare fondi per realizzare un corto, e avevo proposto di aggiungere una prova in più, realizzare una sorta di progetto fotografico sul corto che si progettava di fare (ai tempi fare un corto costava ancora moltissimo!). Non doveva essere uno storyoboard ma uno sviluppo fatto con la fotografia fissa. Ha funzionato. Questo io lo faccio ancora oggi, lo faccio per me e non solo per convincere eventuali investitori: per "trovare" il film, entrare nel mood, faccio anche una specie di trailer montando spezzoni trovati su YouTube (l'ho fatto per "Hector e la ricerca della felicità" e devo dire che il trailer vero che poi venne fatto era davvero molto simile!), ma più spesso lavoro con le foto.
Nel 1991 esce il suo primo film, "Hear my song", che la fece notare anche a Hollywood: intanto le chiedo un commento sul titolo italiano, "Il mistero di Jo Locke, il sosia e miss Britannia '58"...
Mi è piaciuto il titolo italiano, devo ammetterlo!
Era come un sogno realizzato questo film, l'ho scritto insieme al mio migliore amico, Adrian Dunbar, che ne è anche il protagonista. Non potevamo credere di aver fatto un film, davvero. E' stato un successo inatteso, ricordo che mi aveva chiamato anche Steven Spielberg per farmi i complimenti!
Non so cosa Hollywood ci abbia visto, credo che abbiano visto la mia capacità di gestire il tutto, è un progetto commerciale ma senza abbassare il livello della qualità. Mi hanno offerto tante commedie romantiche dopo, ma io non mi sono mai sentito un regista di un genere specifico, anzi.
Negli anni Duemila diresse film di grande successo commerciale: "Serendipity" e "Shall we dance". Cosa ricorda?
La cosa interessante è che ho fatto
Serendipity solo per poter sopravvivere, me lo hanno proposto e ho accettato solo perché sapevo che il mio ultimo film in quel momento,
Amori in città, tradimenti in campagna, era un flop incredibile, la mia carriera stava davvero morendo in quel momento... Era un disastro, davvero: il capo dello studio un giorno mi ha detto che era il più grande insuccesso di tutti i tempi, un primato che poi ha perso grazie a
Pluto Nash con Eddie Murphy... neanche in questo è riuscito a farcela, a tenersi il primato!
All'inizio ho preso
Serendipity come un qualsiasi lavoro ma piano piano me ne sono innamorato: era divertente, è stato un grande successo. Parla del destino, non so perché abbia avuto questo riscontro, forse perché c'era un grande equilibrio sullo schermo tra lui e lei, credo sia stata l'ultima commedia romantica a non essere cinica, nei primi anni Duemila poi sembrava non essere più cool essere troppo romantici. Lo ricordo un po' come un sogno.
"Shall we dance" è stato un successo forse ancora più grande.
Sono fiero di questo film. La scena centrale è quella notturna in cui Jennifer Lopez insegna a Richard Gere a ballare il tango: l'abbiamo girata nei primissimi giorni, loro due non si erano ancora mai incontrati ma hanno imparato separatamente la coreografia, erano molto preparati ma non avevano mai ballato insieme. Alla prima prova sapevano benissimo come muoversi, si erano allenati tantissimo, al punto che Richard era davvero diventato troppo bravo per essere credibile come avvocato ai primi passi nella danza!
Le chiedo qualche ricordo dei tanti grandi nomi con cui ha lavorato (Jerry Lewis, Sharon Stone, Diane Keaton, Warren Beatty, ...).
Sono stato fortunato a poter lavorare con tutti questi nomi, tranne forse un paio ma che non rivelerò.
Per sostenere un ambiente appropriato durante la lavorazione di un film, il regista deve curarsi molto del benessere degli attori. Non sono un purista del modo di lavorare con loro, Warren Beatty ad esempio fa 45 ciak per una scena e va bene, l'importante è il progetto finito, il pubblico non deve sapere tutte queste cose. In
Hector e la ricerca della felicità è stato prezioso sentire le battute che avevo scritto dette da Christopher Plummer, in un paio di ciak al massimo era perfetto, è stato davvero emozionante.
Lavorare con gli attori è un processo molto delicato, spesso anche quelli considerati "difficili" dai colleghi se presi nel modo giusto funzionano meglio: gli attori inglesi generalmente sono più facili da gestire, più preparati, ma anche gli italiani con cui ho lavorato devo dire sono stati molto professionali. Negli Stati Uniti a volte non è capitato... ci sono stati attori difficili, lo ammetto.
E di "Hannah Montana: il film" cosa ci puoi dire?
Disney mi aveva chiamato dicendomi che proprio perché non ne sapevo assolutamente nulla ero la persona perfetta per dirigerlo. Mi ammiravano per come lavoravo in particolare con gli attori e mi chiedevano di rendere Miley Cyrus una star del cinema.
Lei aveva circa 15 anni, aveva senza dubbio grande talento ma aveva ancora molto da imparare: un giorno abbiamo lavorato solo noi due, le chiedevo di caricare meno una scena, di togliere, di ridurre... Lei mi ha risposto: ma se tolgo ancora, se riduco ancora, poi mi noteranno? Le ho detto: la camera leggerà i tuoi pensieri, il tuo viso, le tue espressioni, non ti preoccupare.
Due settimane dopo il primo ciak è venuta da me dicendomi che aveva finalmente iniziato a capire cosa intendevo della recitazione per il cinema, voleva rifare tutto da capo: le ho detto di fidarsi di me, che mi ero preso cura io di lei, e mi ha ringraziato.
Molti dei tuoi attori sono anche nelle fotografie che compongono la mostra del 2024 che si è tenuta a Forte dei Marmi, "Dream Role".
Per tanto tempo non ho voluto mostrarle, erano una cosa solo mia. Fotografo da quando avevo 14 anni ma solo per me: mio padre prima di morire mi aveva regalato per quel compleanno una macchina fotografica e ne ero ossessionato. Quando sei regista hai sempre duecento persone intorno, come fotografo sei invece da solo, è un processo solitario, è tutto merito tuo quel che viene fuori.
Il Sindaco di Forte dei Marmi mi ha convinto, ero nervoso, mi sentivo esposto ma è andata bene: uscirà anche un libro, il mio progetto
Dream Role si sviluppa con attori e attrici che rivivono un ruolo che avrebbero voluto interpretare, il loro ruolo dei sogni. Ho fatto tra i tanti Maya Sansa, Claudia Gerini, Gary Oldman e sto continuando.
Gli ultimi due film sono italiani ("Security" e "Ops è già natale"), lei vive a Fivizzano, in provincia di Massa-Carrara, e parla bene italiano: ci racconti il suo legame con l'Italia, come e quando nasce?
Che titolo
Ops è già Natale, non è avrei mai immaginato di fare un film con "ops" nel titolo, ma è andata così...
Sono inglese, quando ho traslocato negli Stati Uniti dopo 25 anni mi sono reso conto che mi mancava l'Europa, volevo un posto in cui tornare. Ho scoperto la Lunigiana grazie a una mia costumista e mi sono innamorato di quella zona e mi sono regalato una casa lì.
Il primo film italiano è nato perché Marco Cohen di Indiana mi ha proposto di farne uno da un libro di Stephen Amidon, autore anche de
Il Capitale Umano. Era convinto che potevamo ambientarla in Italia, a Forte dei Marmi, e in effetti ha funzionato benissimo.
Prossimi progetti cinematografici?
E' una storia fantastica quella del mio prossimo film,
The Beauty of Sharks, lo ritengo il migliore che non ho ancora fatto.
E' un thriller ambientato sulla Costiera Amalfitana nel 1963. Protagonista una donna anglosassone di cinquant'anni, è una storia di vendetta e non vedo l'ora di cominciare. Spero il prossimo anno, a maggio: stiamo chiudendo il cast in questi giorni.
12/06/2026, 12:42
Carlo Griseri