BALLATA FEMMENELLA - "Un film nato da un'urgenza"
Elettra Raffaela Melucci e Giovanni Battista Origo sono i registi e autori di "
Ballata Femmenella", un documentario in cui
le femmenelle prendono finalmente parola. Li abbiamo intervistati.
ERM: Io sono campana, la comunità dei femminielli la conoscevo per via della Juta dei Femminielli, sulla salita al Monte Partenio, in cui da adolescente andavo in processione, è lì da allora nel mio immaginario. Poi negli anni mi sono legata fortemente alla causa dei diritti della comunità, in particolare di trans e femminielli. La prima spinta è stata politica, non ideologica, per i loro diritti, e negli strumenti che abbiamo come autori cinematografici (io poi sono anche giornalista) abbiamo messo a disposizione il nostro mestiere per la causa.
GBO: Io ed Elettra abbiamo lavorato spesso insieme, per film e cortometraggi. Questa idea è nata nel 2019, poi c'è stato il Covid, poi è servito un lungo lavoro anche per entrare in contatto con le interpreti e con tutta la comunità, per creare un rapporto umano e una rete sociale che erano fondamentali per il film. Questa sintonia ha portato a un prodotto che alterna il lato frontale del racconto e il lato cinematografico, volevamo evitare il voyeurismo e dare spazio a un discorso che mettesse le interpreti in una situazione agevole.
Il racconto si svolge a Napoli, luogo centrale per la considerazione dei femminielli: è davvero una realtà "altra"?
GBO: Storicamente il femminello ha origini precedenti ai discorsi su ormoni, chirurgia e inquadramento sociale dei trans, nasce molto prima, già dal '500 erano figure assimilabili alle dame di compagnia nelle zone nobiliari di Napoli. Poi il discorso si è amplicato e mischiato fluidamente.
Tarantina - una delle nostre protagoniste - ha 90 anni e sostiene che c'è una voragine di differenze tra femminielli e trans... tutte loro si definiscono femminielli, una figura che era veramente considerata un terzo sesso all'epoca, erano figure altre, e tutto ciò avveniva solo a Napoli, a livello di comunità. Napoli è stata pioniera.
ERM: Ma sia chiaro, non è un'oasi protetta. Questa parte di storia dipende dal fatto che sia una città di porto, di accoglienza, di contraddizione: ma la città è anche sineddoche di un mondo violento, se c'è rispetto (perché la comunità di femminielli non esisterebbe senza Napoli, e Napoli sarebbe più povera senza i femminielli) è anche vero che le violenze ci sono state e continuano a esserci anche qui, lo scorso mese due sex workers trangender a Napoli sono state colpite, ci sono aggressioni continue, fisiche e verbali. Abbiamo voluto evitare cartolina anche in questo senso.
Come avete detto, è evidente come le vostre protagoniste siano a loro agio.
ERM: C'è voluto tempo per costruire un rapporto, è quasi fisiologico, poi un tempo lungo anche per noi, in alcuni momenti siamo stati deviati nel nostro approccio, avevamo come un rispetto reverenziale... Loro stesse ci hanno schiuso a questa consapevolezza. Io un'accoglienza come da loro non l'ho mai ricevuta, è raro incontrare persone del genere, capaci di tradurre le tante violenze subite nel loro esatto opposto. Superati i comprensibili ostacoli iniziali, in cinque minuti eravamo già come una famiglia, parte del loro vissuto quotidiano.
GBO: Abbiamo fatto un lavoro approfondito, nelle testimonianze frontali (loro parlano guardando te che stai guardando loro) abbiamo voluto farci da parte il più possibile, dopo aver creato una rete di input, neanche di domande, per non speculare sul lato della sessualità, che spesso è l'unico di cui si parla. Abbiamo dato spazio per ognuna di loro a un patrimonio vissuto, che dal singolo crea valore collettivo.
ERM: Tutto questo come detto si è basato sul presupposto di evitare l'aspetto antropologico, non avevamo scopi di quel tipo, volevamo evitare l'effetto-zoo su chi non è nella norma imposta dalla società... Loro hanno scelto in che modo aprirsi, quanto generosamente donare al pubblico: questo film nasce da un'urgenza che purtroppo nel 2026 esiste ancora e temiamo esisterà ancora anche in futuro.
"Ballata Femmenella" è anche un lavoro difficile da definire...
GBO: L'idea nasce dall'avere immagini che sublimassero il racconto, che creassero alternanza con le interviste frontali. Molto spesso il documentario come genere si pone più come cinema-verità (che mi piace), ma in questo caso noi volevamo distaccarci da quell'effetto, abbiamo deciso di sparire nell'interlocuzione frontale ed esserci, molto presenti, nei "quadri".
Anche per evitare l'effetto antropologico, come detto. Non volevamo mostrare un fenomeno dietro a un vetro. E poi tutte loro hanno una teatralità unica, non è stato difficile proporre di mettere in scena quei momenti.
ERM: La scena finale alla finestra tra Porpora e Loredana, ad esempio: noi abbiamo solo detto loro "ora vi reincontrate", il resto è semplicemente accaduto. Non volevamo didascalizzare l'argomento.
Quali sono state le reazioni del pubblico finora?
GBO: Siamo stati ad alcuni festival, poi abbiamo avuto la prima in sala a Bologna al Modernissimo, tutto esaurito, e poi siamo stati a Rimini, Roma, Napoli, Torino, Avellino, Matera, Bari... sempre dibattiti belli, anche tra noi, con il pubblico, con persone della comunità e non, tra di loro...
ERM: Sì, la cosa che mi colpisce di più di questi dibattiti molto partecipati è la sorpresa di una certa generazione, quella
senior diciamo. Molti ci dicono: non ne sapevo nulla, non conoscevo questa realtà! Seminare consapevolezza è il nostro successo più grande, quando riusciamo.
GBO: Che il nostro fosse percepito come un film manifesto era uno degli obiettivi, indirizzato in primis a chi queste cose non le sa. C'è in Italia un problema di integrazione, al di là delle leggi: una grande fetta di popolazione che sta "in mezzo" non conosce questa dinamica. Relega queste persone solo al marciapiede, è naturale quindi che ci sia diffidenza: proviamo a eliminarla con il nostro lavoro.
30/06/2026, 13:24
Carlo Griseri