Note di regia di "Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo"
Con un po’ di imbarazzo devo parlare di me. Del perché ho fatto questo film. Ho conosciuto Carla Lonzi al liceo, era la madre di quello che sarebbe diventato mio marito, Battista Lena. Ma si è ammalata ed è morta che eravamo troppo piccoli, non avevamo nessuna idea di quello che sarebbe stato il nostro futuro. Pensavo solo che dovevo assolutamente piacerle ed ero sicura che non ce l’avrei fatta. Perché mi sentivo qualche stortura morale.
Volevo troppo entrare nel mondo e Carla ne voleva stare al di fuori. Carla e Battista, ma anche lo scultore Pietro Consagra, il compagno, erano diversi da tutto quello che avevo conosciuto fino ad allora. Avevano case bellissime e sgangherate, refrattarie a qualsiasi impurità data dal lusso. I muri erano una pinacoteca di arte contemporanea, dalle stanze zampillava musica a ogni ora, tutti i giorni c’erano riunioni femministe. Guardavo e ascoltavo rendendomi invisibile, strisciavo rasente i muri. Quando divenni fidanzatina stabile e trascorrevo le vacanze in Chianti con loro, la sentivo piangere da un casale all’altro (quello piccolo dei ragazzi e quello grande degli adulti), perché le faceva male un occhio.
Carla trascorreva lunghi periodi in quel podere molto isolato, completamente sola, in mezzo ai boschi e le vigne. Quando lei non c’era, andavo nel casale grande e rovistavo nei cassetti, frugavo nelle borse, spiavo gli appunti e le lettere private, annusavo le camicie, le ho rubato un paio di pantaloni. Ho vissuto attraverso suo figlio l’ansia della malattia. Mentre lei stava sempre peggio leggevo il diario, Taci anzi parla, diario di una femminista. Ne parlavamo.
Mi spiegava un po’ di cose sul sesso, senza imbarazzo e senza voyeurismo. Non assomigliava certo a una suocera, ma alla più fantastica delle amiche adulte.
La sua amicizia è stata come un regalo per il mio diciottesimo compleanno e l’entrata nella vita adulta. Solo che se ne è andata troppo presto. Mi ha lasciato tantissime cose, prima di tutto suo figlio Battista. Spero di essere riuscita a trovare l’equilibrio fra il riserbo e lo slancio affettivo. Vorrei far dialogare i pensieri contemporanei con Carla come se fosse ancora qui, e vedere se facendo attenzione, io possa sentire ancora la sua voce.
E se riuscissi a farla sentire a tutti, anche a chi non c’era, a chi non l’ha conosciuta, a chi non la conosce ancora.
Francesca Archibugi