CLOROFILLA FILM FESTIVAL 25 - "A Road to a
Palestinian Village": Un documento-verità
Parlare oggi di Cisgiordania, di Palestina, è difficile. Difficile trovare le parole giuste, sottrarsi alla retorica che da tempo ormai satura ogni discorso pubblico sul tema, difficile non sentirsi già, in partenza, schierati. Eppure è necessario continuare a farlo, a raccontare, a documentare, a guardare da vicino quello che troppo spesso si osserva “per titoli”. Per farlo al meglio, però, serve ascoltare chi vive da anni la quotidianità di una realtà a due velocità, regolata da due diverse carte dei diritti. A Hebron, in Cisgiordania, per esempio, la città è divisa in due zone amministrative, H1 e H2: chi abita in H1, sotto il controllo dell'Autorità Palestinese, non ha le stesse possibilità né gli stessi diritti di chi vive in H2, sotto controllo militare israeliano, dove ai coloni si affianca una popolazione palestinese sottoposta a restrizioni quotidiane di movimento.
«Il movimento sionista ha manipolato l'ebraismo, trasformandolo da religione a nazionalità. [… ] In Israele la religione è etnia. È un gruppo chiuso. Quindi non possiamo [i Palestinesi, ndr] avere la piena cittadinanza. Mai. Perché per definizione lo Stato ci dice così.»
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A Road to a Palestinian Village" di Elia Andreotti nasce dall'esperienza diretta di un gruppo di volontari - italiani, francesi, tedeschi e palestinesi - riuniti nel progetto ReAct Now, e costruisce il suo racconto attraverso le testimonianze e l'attenzione al dettaglio, in un montaggio che alterna incontri e descrizioni.
Non esiste un'unica condizione palestinese, ma segregazioni diverse a seconda del luogo. I palestinesi della Cisgiordania vivono le imposizioni del governo israeliano in una forma differente rispetto a chi vive a Gaza, sottoposto a un regime di assedio e restrizioni di natura diversa (alle bombe, per intendersi). È una distinzione che il film pone al centro della costruzione narrativa, evitando di appiattire in un'unica immagine esperienze storicamente e politicamente distinte.
Il filo conduttore resta la frammentazione del territorio. Il documentario mostra insediamenti circondati da barriere alte fino nove metri, che hanno trasformato la geografia quotidiana dei villaggi: una scuola raggiungibile un tempo in cinque minuti a piedi diventa, dopo la costruzione del muro, un tragitto di ore per i bambini. In questo modo l’assedio costringe, anche se in maniera subdola, indiretta, le famiglie a lasciare interi quartieri. A un certo punto del racconto, la macchina da presa si sofferma su un dettaglio: una telecamera di sorveglianza che fissa chi vive al di là del muro, mentre la cinepresa fissa a sua volta la telecamera, due sguardi elettronici, sorvegliante e testimone.
Così vengono raccontati i villaggi cancellati dopo la Nakba del 1948, oggi assenti dalle mappe ufficiali israeliane, inghiottiti dalla toponomastica di un altro paese. La distruzione continua ad agire anche a distanza di decenni, nella forma della cancellazione amministrativa. Attorno a Gerusalemme, il film individua livelli sovrapposti di restrizione che rendono la vita quotidiana palestinese un esercizio costante di negoziazione con l'autorità. Migliaia di ordini pendono su intere aree della Cisgiordania. Una Cisgiordania segnata, dopo il 7 ottobre 2023, da un'escalation di violenza dei coloni, espansione degli insediamenti e restrizioni alla mobilità che ha reso la vita quotidiana ancora più difficile, mentre l'attenzione internazionale si concentra altrove. L'urgenza politica mostra che accanto alla tragedia del genocidio di Gaza esiste un'altra erosione, più lenta e meno fotografata.
Nello sguardo dei testimoni palestinesi, che raccontano la propria condizione senza cedere alla stanchezza né al meccanismo – che Israele alimenta costantemente – con cui l'oppressore spinge l'oppresso a rispondere con la stessa disumanizzazione subita. Le voci raccolte da Andreotti non cadono in quella trappola: nel dialogo, non nella disumanizzazione, individuano il varco possibile. È nell'equità, prima ancora che nella pace, che riconoscono l'unica soluzione percorribile. Ed è la stessa pietas - nel senso etimologico del termine latino, non semplice compassione ma senso del dovere e rispetto dovuto anche a chi si ha di fronte - a guidare lo sguardo del film sui soldati spaventati, rientrati da Gaza e rimessi subito a presidiare le strade di Hebron, senza un percorso di sostegno psicologico, chiamati a gestire il rapporto quotidiano con una popolazione civile invece che a elaborare quanto hanno vissuto. Il film non li assolve, ma li osserva anche in questa luce – corpi dello Stato logorati a loro volta da un ingranaggio che non prevede pause.
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A Road to a Palestinian Village" è un documentario che richiede attenzione, nel formato del documento-verità: un cammino condiviso, una strada.
09/08/2026, 14:39
Olivia Fanfani