VENEZIA 83 - “Serpenti”: L’assurdo della giustizia
italiana diventa tragicommedia
«
Ho ucciso mia moglie e non so perché». Bastano queste poche parole per capire che “
Serpenti” non sarà un film come gli altri. Diretto da
Roberto De Paolis Maino e presentato in anteprima alla 83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Venezia Spotlight, il film arriverà nelle sale italiane dal 10 settembre 2026, distribuito da Be Water Film.
L’inizio è dirompente: il protagonista, Paolo Marra, interpretato in modo eccellente da
Leonardo Lidi, apre rompendo la quarta parete e mettendo immediatamente lo spettatore davanti a una confessione tanto semplice quanto sconvolgente. Da quel momento inizia un lungo percorso, quasi un’odissea burocratica e giudiziaria, in cui nessuno sembra voler arrestare quest’uomo.
Il ritmo è piuttosto lento, lasciando spazio alle situazioni, ai silenzi e soprattutto ai dialoghi, che ne rivelano pienamente il tono assurdo.
Il film restituisce infatti un ritratto dell’Italia e della sua giustizia profondamente amaro. Talmente amaro da sembrare, a tratti, quasi distopico. Eppure, non siamo davanti a una distopia nel senso classico del termine: è il racconto - esasperato, si spera - delle procedure giudiziarie che, nelle loro contraddizioni, dipingono un quadro grottesco.
Il film si concentra sullo stato di disperazione del protagonista, che ha confessato un omicidio e vuole andare in galera, ma scopre che può diventare complicato e che non sarà facile scontare la sua pena.
Tutto il film si basa sui dialoghi, l’elemento più riuscito del lavoro di De Paolis. Sono assurdi, spiazzanti, ma anche taglienti e perfetti. Il poliziotto che raccoglie la confessione, interpretato anche qui in modo straordinario da
Alessandro Borghi, invece di reagire come ci aspetteremmo, fa battute, parla del mal di testa, chiede del gatto, del modello della bicicletta. Il dramma e il quotidiano finiscono sullo stesso piano, creando una comicità straniante. È difficile non sorridere davanti a una battuta come: «
Che si pensava? Che veniva qua, mi diceva che ha ucciso sua moglie e io prendevo un elicottero e la mandavo ad Alcatraz?». È una frase che racchiude bene lo spirito del film: una situazione terribile raccontata attraverso una logica quasi da commedia dell’assurdo.
Gli attori, nel complesso, sono uno dei grandi punti di forza del film e riescono a dare credibilità a situazioni che, sulla carta, sembrerebbero impossibili.
Anche il suo avvocato, assegnato d’ufficio, cerca in ogni modo di costruire una versione dei fatti che possa farlo apparire innocente. È un paradosso continuo: l’uomo vuole essere arrestato, mentre il sistema sembra impegnato a dimostrare che non dovrebbe esserlo. Sembra il racconto rovesciato de “
Il processo” di Kafka, dove il signor K. viene incolpato, arrestato e processato senza che gli venga mai detto cosa ha commesso. Qui, invece, nessuno vuole condannare il reo.
Molto ben riuscito anche il lavoro visivo. Le inquadrature sono precise, studiate, spesso scenografiche. De Paolis dimostra una grande attenzione alla composizione dell’immagine e riesce a dare al film un’identità visiva forte senza mai trasformare la ricerca estetica in un esercizio fine a se stesso. Ad esempio, è particolarmente interessante l’uso delle immagini delle telecamere di sorveglianza.
Dietro le situazioni paradossali c’è una riflessione sulla disperazione, sulla burocrazia, sulla giustizia e sull’incapacità di un sistema di rispondere. Non è esplicito, ma potrebbe anche suggerire una riflessione su come la giustizia italiana tratta gli uomini che uccidono le donne: con scherzo, superficialità e comprensione più per il colpevole che per la vittima.
Il finale è sorprendentemente riuscito. Meglio non anticipare nulla, basti dire che riesce a portare fino in fondo la logica costruita dal film e, soprattutto, a mostrarne tutti i paradossi, accettando fino in fondo l’assurdità del suo mondo.
È un film che richiede pazienza, soprattutto per il suo andamento talvolta lento, ma che sa ripagarla pienamente con una scrittura originale, interpretazioni notevoli e un ottimo finale. Una tragicommedia amara, capace di far ridere nei momenti più improbabili e, subito dopo, lasciare addosso una sensazione decisamente aspra. Perché, in fondo, dietro l’assurdo, solitamente si cela qualcosa di terribilmente familiare.
05/09/2026, 23:00
Marta Bello