Note di regia di "Rando"
Avevo otto anni quando, nel bel mezzo del divorzio dei miei genitori, mia nonna, la mia più grande compagna di giochi, si ammalò di tumore. In una famiglia già emotivamente allo sbando, sembravo non voler prendere coscienza di ciò che stava accadendo. Preferivo rifugiarmi nei film e nei cartoni animati che, di lì a poco, avrebbero acceso la mia passione per il cinema. Per anni la fantasia, prima da spettatore, poi da regista, è stata il mio scudo.
Con questo lavoro, partendo dal rapporto complesso che avevo con mia madre da bambino, ho voluto riflettere su come la finzione possa diventare, nei modi più inaspettati, un ponte emotivo con la realtà. Per farlo, ho creato un cartone che Lorenzo, il piccolo protagonista, guarda con gli stessi occhi con cui io guardavo Dragon Ball: Rando, un anime sci-fi western, popolato da personaggi sopra le righe e dialoghi pomposi, capace di offrire un rifugio perfetto da una realtà fredda e scomoda.
Questa realtà, nel corto, prende forma nella periferia brutalista di Sorgane, quartiere popolare ai margini di Firenze, la città dove sono cresciuto. L’estetica dei suoi edifici in cemento armato incombe sui personaggi come una prigione silenziosa, che trattiene i loro sentimenti inespressi. È nell’incomunicabilità emotiva tra Lorenzo e sua madre Silvia, divisa tra il desiderio di un gesto d’amore e l’incapacità di reggere il peso della situazione, che ho voluto affrontare il tema della perdita.
Silvia somiglia molto a mia madre: vulnerabile, determinata, costretta a sostenere da sé una scena familiare troppo grande per le sue spalle. Lorenzo, dall’altra parte, assomiglia a me: ribelle, sensibile, e con un cuore pronto ad accogliere il cambiamento, se riesce ad ascoltarsi.
Il mondo familiare che li circonda è abitato da figure grottesche, prive di apparente delicatezza, che vorrebbero alleviare il dolore del bambino ma non trovano il linguaggio giusto per farlo. Chi lo troverà, proprio attraverso le frasi del cartone, riuscirà, con un gesto ironico e calore umano, a dare un significato diverso al loro ultimo incontro.
Il mio intento è quello di creare un’esperienza emotiva coinvolgente per lo spettatore, capace di restituire quell’empatia che spesso viene soffocato dalla nostra incapacità di comunicare ciò che proviamo. Proprio questo è il sale del mio cinema: un linguaggio che prende forza dai silenzi e dalle ambiguità, dove il non detto e gli sguardi contano più delle parole, dove la narrazione si costruisce attraverso un montaggio e delle inquadrature che nascono da uno storyboard pensato con la sintesi visiva di un fumetto, e dove il grottesco e un’ironia intelligente possono, almeno per un attimo, curare il dramma della solitudine.
Edoardo Ulivelli