SETTIMANA DELLA CRITICA 41 - “Il Grande Giaffa”:
un film onirico dalla grande potenza visiva
e dai profondi interrogativi esistenziali
E’ un film corposo e dalla consistenza materica “
Il Grande Giaffa” di
Marco Santi, nel quale si incrociano uno stile onirico, significati profondi, interrogativi esistenziali, una fotografia che proietta lo spettatore in un sogno lungo una notte, in una dimensione altra. E’ proprio dallo squallore quotidiano che cerca di scappare Giacomo Falta, il protagonista del film (
Edoardo Pesce), in fuga da una routine nella quale il suo ruolo è ormai ben incasellato: quello di uomo incapace, fallito nel lavoro, poco considerato in famiglia, frustrato e deluso da tutto. Quando improvvisamente, nel tunnel della sua grigia quotidianità, si aprirà una porta verso il mondo dorato del successo, Giacomo non si lascerà sfuggire l’occasione, rischiando il tutto per tutto, cercando non tanto di diventare, quando di “essere” un altro, il “Grande Giason”, un performer osannato e idolatrato dal pubblico.
E’ così che, al culmine di un concatenarsi di eventi improbabili, dei quali non sa neppure più lui se è artefice o semplice pedina mossa dal destino, si trasformerà nel “
Grande Giaffa”, un fantomatico e inesistente attore famoso. E’ l’inizio, per l’anonimo Giacomo, di un percorso sempre più complicato e surreale, fatto di incontri e accadimenti che portano la narrazione del film su un piano alto, con rimandi al “teatro dell’assurdo”; alla letteratura pirandelliana, con il suo preponderante interrogarsi sull’identità e su chi siamo veramente; con citazioni che vagamente richiamano altri film, non ultimi il delicato “Pane e Tulipani” di Silvio Soldini, con il poetico smarrimento veneziano della protagonista (una casalinga frustrata, alla ricerca di una vita libera e realizzata) oppure il recente “Le Città di Pianura” di Francesco Sossai, con il suo carico di alienazione della vita di periferia, tutto giocato in strade di grande scorrimento, lontano dai centri abitati, in luoghi lunari, proprio come quelli in cui si trova proiettato lo sperduto Giacomo.
Ad accompagnare e sottolineare un impianto narrativo onirico e surreale, la fotografia di ottimo livello firmata da
Stefano Usberghi, che conferisce al film una grande potenza visiva. Le ambientazioni che restituiscono lo smarrimento del protagonista sono immerse in luci dai toni scuri, punteggiate da fredde luci al neon, dalle intermittenze delle insegne, dai coni luminosi dei lampioni stradali, dalle luci di servizio di una pompa di benzina, oppure dall’arancio sfumato di sale da ballo fumose di periferia. Bello.
Marco Santi, al suo film opera prima, trova subito un suo tratto distintivo forte.
Edoardo Pesce riesce a calibrare la giusta dose straniamento per un personaggio non semplice da interpretare, così come brava è
Carlotta Gamba, giovane donna senza una bussola, che pensa di aver trovato un punto fermo nella sua vita, proprio avvicinandosi a colui che non sa più chi è. Riuscirà a diventare finalmente un uomo nuovo, affermato, sicuro di sé, il Giacomo-Giaffa del film di Santi? Dopotutto l’importante, per essere veramente qualcuno, è cominciare a gridare al mondo tutta la voglia di sfondare e la determinazione che si ha in corpo. Un ulteriore punto di riflessione proposto dal film, in una società contemporanea che sembra dare grandi e immeritate enfasi e notorietà a personaggi, troppo spesso costruite sul niente.
02/09/2026, 10:13
Elisabetta Vagaggini