SETTIMANA DELLA CRITICA 41 - "Se Mai le
Cose": Oggetti che raccontano storie
Ci sono amori che finiscono con una porta chiusa, una valigia preparata in fretta, poche parole. E poi ci sono quelli che continuano a esistere ancora per un po’ dentro le cose: nelle tazze scelte insieme, nelle fotografie rimaste in un cassetto, nei piccoli oggetti che sembravano insignificanti e che, improvvisamente, diventano impossibili da guardare senza ricordare.
È in questo spazio che si sviluppa il cortometraggio “
Se Mai le Cose”, di
Giulia Cosentino, prodotto da Okta Film ed Envie de Tempête Productions, presentato in concorso alla 41ª Settimana Internazionale della Critica nella sezione SIC@SIC (Short Italian Cinema), all’interno dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
La storia è quella di Rachele, che torna a Catania nell’appartamento condiviso con l’ex Paolo per raccogliere ciò che resta della sua vita lì dentro. Il film trova il suo movimento proprio nei gesti del raccogliere i propri oggetti e portarli via dopo un amore finito. Uno scatolone dopo l’altro, una stanza dopo l’altra, Rachele si confronta con quello che è stato.
Gli oggetti conservano una memoria. Ad esempio, un momento molto significativo è quello in cui mette via una teiera e sentiamo, in sottofondo, la sua voce e quella di Paolo nel momento in cui la acquistarono al mercato.
Il film racconta la fine di un amore, ma soprattutto racconta due modi diversi di intendere l’amore. Da una parte c’è Rachele, per la quale la relazione, lo spazio tra due corpi e tra due anime, sembra essere anche uno spazio di scoperta, di accettazione, un luogo nel quale conoscersi meglio. Dall’altra c’è Paolo, che sembra vivere il rapporto attraverso una prospettiva più individualista, quasi difensiva: amare rischia di significare dipendere, perdere autonomia.
Ci sono due persone che hanno attribuito alla stessa parola, “amore”, significati diversi. Per questo il film restituisce tenerezza, ma anche dolore.
Emerge la memoria individuale, la memoria di coppia, ma anche la memoria generazionale delle donne vissute prima di lei, che dovevano far fronte a delle aspettative sociali molto rigide: dedicarsi al marito, ai figli, alla casa. Gli oggetti in qualche modo riportano all’idea dei corredi matrimoniali tipici del sud Italia.
Visivamente il film ha dei colori pastello, tenui, che danno un’atmosfera vintage. C’è una certa porosità dell’immagine, una grana che fa pensare alla pellicola e alle vecchie macchine da presa. Le inquadrature sono semplici, ma efficaci.
La regista costruisce attorno a questa idea un cortometraggio intimo e sensibile. Anche i dialoghi tra Rachele e Paolo aprono discussioni profonde, che però non vengono approfondite. Parlano di cosa significhi condividere una vita, di quanto della nostra idea di amore venga davvero da noi e quanto, invece, ci sia stato consegnato insieme agli oggetti, alle case e alle aspettative delle generazioni precedenti.
10/09/2026, 13:45
Marta Bello