VENEZIA 83 - "Demetra in Esilio": Due donne tra nevrosi e mito
È un'estate torrida a Milano. Daria e sua figlia Lia vivono insieme in un appartamento dove la madre ha ricreato un piccolo ecosistema di piante e non esce quasi più di casa. Lia esce solo per la spesa e per portare avanti il suo progetto artistico, convinta di non poter lasciare la madre sola troppo a lungo. Un giorno nota una presenza sospesa e misteriosa nel giardino del palazzo, che la mette davanti a una scelta, restare accanto alla madre o seguire un proprio istinto.
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Demetra in Esilio" debutta in anteprima mondiale all'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, unico progetto italiano della quattordicesima edizione di Biennale College Cinema, il programma di alta formazione della Biennale dedicato alla produzione di lungometraggi indipendenti a microbudget. La squadra che porta avanti il film, dalla regia al montaggio, è in gran parte femminile, così come lo sono le due protagoniste che reggono la storia,
Roberta Rovelli e
Ioana Miruna Drajneanu. Scritto e diretto da Maria Giovanna Cicciari, è prodotto da Raffaella Pontarelli per Amarena Film, con il montaggio di Valentina Andreoli.
Il punto di partenza resta il mito di Demetra e Persefone, ma la stratificazione che il film costruisce è doppia. Cicciari lo filtra attraverso la rilettura ottocentesca di Heinrich Heine ne "
Gli dei in esilio", dove le divinità pagane sopravvivono in incognito, spogliate del culto antico, dopo l'avvento del cristianesimo. Il titolo eredita questa duplice “esiliazione”: quella di Persefone, condotta nel regno dei morti, e quella del mito stesso, costretto a nascondersi dentro una contemporanea vita domestica qualunque.
Così Daria porta in scena il lato agricolo di Demetra, dea dei raccolti e della fertilità della terra. Il piccolo ecosistema di piante costruito in appartamento è una versione addomesticata di quel dominio, un giardino chiuso che imita le stagioni senza produrle. E Lia a sua volta eredita il destino di Persefone, in bilico tra due mondi. Le due donne si muovono quasi sempre in un interno, e gli unici spazi esterni che il film concede sono quelli attraversati dalla macchina fotografica di Lia, dentro il progetto artistico che dedica al mito. Le immagini che ne risultano cambiano formato, in un registro visivo altro, dove le suggestioni della cultura classica si accostano a una fotografia bruciata, raccolta ai margini della città. Come i chicchi di melagrana del mito, le immagini segnano un legame parziale con l'esterno che trattiene Lia dal restare interamente nella casa della madre e insieme le impedisce di separarsene del tutto. Anche quando lo spazio si allarga, la sensazione di reclusione non si allenta, resta un senso di soffocamento che accompagna anche fuori dalle mura dell'appartamento. Sarà quindi Ade, qui presenza notturna mai del tutto spiegata, a introdurre nel film l'unica via di fuga prevista dal mito originario.
Sulle variazioni minime che scandiscono le giornate delle due donne, si innesta apertamente la domanda se quella reclusione nasca da una forma di nevrosi - una delle configurazioni più ricorrenti del legame madre-figlia - o piuttosto da una necessità che il film eredita direttamente dal mito, dalla clausura di chi appartiene a un altro ordine e non può più mostrarsi al mondo.
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Demetra in Esilio" non risolve il proprio loop, e il vincolo del microbudget, che ha imposto interni ridotti e una troupe compatta, diventa parte del linguaggio più che un limite subito: la casa di Daria si traduce nella forma stessa della reclusione che il film mette in scena. Con questo esordio Cicciari mostra di poter reggere una materia complessa come il mito a contatto con la modernità di temi che spaziano dal principio di cura all'ambiguità psicologica - dentro una cornice produttiva minima, lasciando ben sperare per un passo successivo.
03/09/2026, 19:05
Olivia Fanfani