SETTIMANA DELLA CRITICA 41 - "Prima della
Guerra": Un film di corpi e violenza
L’esordio al lungometraggio di
Tommaso Usberti arriva alla SIC - Settimana Internazionale della Critica di Venezia 83. come unico titolo italiano in concorso, prodotto in coproduzione tra Francia e Italia. Usberti aveva già attirato l'attenzione della Cinéfondation di Cannes con il corto "
Deux égarés sont morts", e qui conferma un’attenzione ai corpi e ai tempi morti che a tratti funziona come cifra stilistica, a tratti rallenta la tenuta drammaturgica del film.
A Piadena, paese del cremonese, nel disagio per la scelta se arruolarsi o meno con una compagnia militare privata, Guido ha un'ancora sola, il cugino reduce da una missione in Afghanistan con l'esercito. L’incontro con una giovane kosovara, Sonia, sarà il suo disarmo improvviso per prendere atto di quel “velo negli occhi” che annebbia i pensieri e lo muove scoordinato in un’esistenza ai margini. Il loro rapporto non sembra però destinato a trasformarsi in una storia d’amore convenzionale: resta un attrito, qualcosa che disturba l'equilibrio precario del protagonista più di quanto lo risolva.
La mascolinità di Guido è esuberante. La forza bruta raccontata attraverso la caccia illegale coi fucili dalla macchina e un fisico scolpito continuamente esposto, con gli amici come al bar. Spara a qualsiasi cosa si muova nel bosco, Guido, che siano fagiani, caprioli, cinghiali o nutrie, l’importante è sparare. I coetanei lo considerano un disadattato, ma lui i coetanei non li cerca, non li ha mai cercati. Coltiva piuttosto un'intelligenza divergente, avulsa dal contesto, tesa verso qualcosa che sembra non trovare mai. Ogni suo gesto funziona come sfogo di un dolore sommesso, per questo le sue appaiono sempre come azioni al limite, così stonate e storte.
Piero Usberti, fratello del regista e autore a sua volta ("
Viaggio a Gaza"), interpreta Guido, riuscendo nell’intento di fare della fisicità tesa e trattenuta dell’uomo la vera protagonista del film. Attorno a lui la regia costruisce un clima all’apparenza spensierato, ma che lascia intuire un disagio costante che nessuno intorno al protagonista pare saper o voler affrontare; solo Sonia, in un raro momento di tenerezza, è in grado di tracciarne i contorni. Interpretata da
Luàna Bajrami ("
Ritratto della giovane in fiamm"e) e regista lei stessa, la ragazza porta nel film un bisogno di cura che Guido non sa riconoscere, tantomeno restituire.
Un film costruito sulla violenza è una materia difficile da mettere in scena, il rischio di scivolare nell'estetizzazione della noia giovanile è alto, ma Usberti lo attraversa con un montaggio che frena l’empatia. L’uso della camera a mano e i movimenti di macchina a scorrere in profondità, accompagnano un suono che qui lavora per contrasto costante. I rumori e la musica assordante seguono Guido ovunque, mentre i silenzi interrotti solo dai richiami nel bosco aprono a sempre più vasti spazi di contemplazione. È qui che Guido viene osservato da una figura straniante, quasi eterea: la sorellina di un amico lasciato indietro, apparentemente estranea al resto del mondo. Nel silenzio è come se la bambina si facesse corpo di una coscienza inascoltata, che lo spia e lo maledice, per il male che si porta addosso. È lei, più di ogni adulto nel film, a nominare quello che Guido non riesce a dire.
"
Prima della Guerra" si configura innanzitutto come un film di corpi, la messa in scena di una mascolinità tossica. Un riferimento immediato potrebbe portare la mente "
This is England" di Meadows, ma lì la deriva del protagonista ha ancora un aggancio al contesto storico, qui quell'aggancio manca del tutto. Diventare “contractor" non è un’ideologia, neanche sbagliata, è una non-soluzione, presa senza che ci sia effettivamente una vera e propria capacità di analisi. Ed è forse proprio questo vuoto di contesto la scelta più scomoda che attualizza e destabilizza: non spiegare perché un ragazzo arrivi lì, lasciare balenare l’idea che possa succedere ovunque. C'è poi un debito verso "
Beau Travail" di Claire Denis, nel modo in cui il corpo diventa il vero terreno del film, il luogo dove si deposita tutto ciò che la parola non riesce a portare fuori. È lo stesso meccanismo che regge Guido laddove la violenza non nasce da un eccesso di forza, ma da un'incapacità. Usberti, come Denis, mette in scena questa mascolinità nel momento esatto in cui sta per rompersi, la lascia bruciare senza mai trovare le parole per dirsi. La guerra vera comincia lì, prima che la violenza abbia un fronte su cui esercitarsi.
07/09/2026, 13:55
Olivia Fanfani