GIORNATE DEGLI AUTORI 23 - "Mare Mosso": Un film a due velocità
Presentato nello spazio Confronti delle Giornate degli Autori all'83. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, "
Mare Mosso" è l'adattamento per il grande schermo di Roberto Cimpanelli del suo omonimo romanzo (Marsilio). Prodotto da Master Five Cinematografica e Life Cinema con Rai Cinema, il film elegge il litorale laziale a teatro di una deriva sociale, muovendosi sui binari del noir metropolitano.
L'operazione lavora su uno spazio fortemente caratterizzato e a tratti inflazionato nel cinema italiano dell'ultimo ventennio. La Ostia fuori stagione, decadente e crepuscolare, ha una sua innegabile forza scenografica, ma è anche un cliché ormai nostrano, difficile da scrollarsi di dosso dopo il successo di serie che, da "
Romanzo Criminale" a "
Suburra", hanno reso quegli spazi sinonimo di malaffare e degrado esistenziale. Al centro di questo panorama marginale si muovono due figure spezzate, entrambe intente a proteggere la propria solitudine. Daniela (
Beatrice Fiorentini) è barista al Pachanga, locale malfamato del litorale, con un passato di dipendenze e una vulnerabilità disarmante. Le fa da contraltare Massimo "Mani d'Oro" (
Eduardo Scarpetta), pianista dello stesso locale. La dinamica tra i due punta a costruire un legame nato dall'estrazione comune del dolore, ma la caratterizzazione dei personaggi tende a rimanere ancorata a tipi umani già ampiamente frequentati dal genere, faticando a trovare una terza dimensione davvero autonoma.
Sul piano squisitamente tecnico, il film parte con un passo sicuro. La prima metà beneficia di un montaggio che imprime un ritmo serrato e valorizza la tensione narrativa. La scrittura, in questa fase iniziale, regge il confronto con l'impalcatura visiva, e i colpi di scena mantengono una solida tenuta di verosimiglianza.
I problemi emergono quando la sceneggiatura decide di alzare vertiginosamente la posta in gioco. Una notte di dicembre, nel gelo del litorale, Daniela vede qualcosa che non doveva vedere. Per questo è costretta a nascondersi nell'appartamento di Vincenzo, dove viene presto raggiunta da uno scrupoloso poliziotto che le rivela qualcosa di sconvolgente. Da lì in poi la trama si carica di un accumulo incessante di stravolgimenti che compromette la tenuta del racconto. Le regole interne al mondo finzionale smettono di valere per chiunque, i cambi di passo si fanno così repentini da azzerare la coerenza drammaturgica, e lo spettatore smette di crederci. È un cortocircuito che pesa sul film perché persino una realtà di frontiera come la periferia del litorale romano ha bisogno di una propria sintassi spietata, qui sacrificata in nome dell'eccesso di intreccio.
A reggere il film quando la struttura vacilla è la prova del cast.
Eduardo Scarpetta firma una prestazione eccezionale nei panni del salvatore tormentato, il suo Massimo restituisce tutta la complessità di un uomo schiacciato tra un passato ingombrante e un presente irrisolto, lavorando per sottrazione e con misura. Bravissima anche
Beatrice Fiorentini, anche se sulla scrittura del suo personaggio (e sulla regia, maschile in entrambi i casi) qualche riserva resta lecita. Daniela è tossica, lesbica, eppure basta nascondersi a casa di Massimo perché tra i due nasca un'intimità che, con i ruoli invertiti, la sceneggiatura avrebbe probabilmente gestito con più cautela. La sessualità femminile, in una certa tradizione di racconto, tende ad apparire più negoziabile con l'ambiente rispetto a quella maschile; una donna lesbica rischia di essere letta come bisessuale a comando, pronta a tornare etero appena un uomo le si mette al fianco. "
Mare Mosso" cade in parte in questo schema, quasi per inerzia più che per scelta.
Antonio Bannò, piccolo uomo di malaffare del litorale, restituisce con precisione la frustrazione di chi vive una vita che non si sarebbe augurato, mentre
Andrea Sartoretti, il poliziotto, tiene la scena con il passo di chi ha già visto tutto e resta impassibile davanti a qualunque cosa.
"
Mare Mosso" è un film a due velocità. Fino a metà regge da noir vero, con una location precisa e un montaggio serrato che tiene i personaggi credibili. Poi la sceneggiatura perde la misura, e con lei la tenuta dell'insieme, appesantita da un accumulo di colpi di scena che la storia fatica a sostenere. A restare in piedi sono il cast e un'ambientazione che, pur dentro un'eredità visiva ingombrante, trova ancora una sua energia. Cimpanelli, al ritorno dietro la macchina da presa dopo vent'anni, sa dirigere gli attori. Sulla tenuta della trama, invece, c'è ancora margine.
08/09/2026, 18:00
Olivia Fanfani