Note di regia della serie "Peccato"
Concepire un mockumentary è sempre molto complesso, e non è un caso che nel mondo se ne producano davvero pochi. Quando con Emanuela e Giulio abbiamo cominciato a buttare giù le prime pagine della sceneggiatura, al di là dei dialoghi, della tipologia di umorismo, del tono, della perversione di coniugarlo al futuro ipotetico, ci siamo posti l’esigenza di erigere un punto fermo, una sorta di faro da scorgere nei momenti di panico: la credibilità. Attorno a quella credibilità abbiamo provato a costruire un’impalcatura di paradossi e follie da far attraversare di continuo alla protagonista della serie. Ne è derivato –- ce lo auguriamo - un affresco in sei puntate che prende in prestito il mondo dello spettacolo per raccontare la miseria umana nelle sue variegate sfaccettature e si è tradotta sul versante registico in una linea di estrema fedeltà visiva, per nulla patinata, a tratti sporca, che risultasse naturale, pur nascondendo tanto lavoro di troupe. Uno sforzo produttivo, quest’ultimo, grazie al quale ci si è divertiti a spaziare tra i generi, i linguaggi, i formati e le macchine da presa, perché l’epopea di Emanuela Fanelli si incastonasse perfettamente in quell’universo di documentari palpitanti che seguono “il fattaccio” attraverso tantissimo repertorio, nel nostro caso completamente inventato. Complice di questo frenetico excursus è stato il cast eterogeneo della serie, che si è prestato a regalare una versione invecchiata di sé, spesso peggiorata, a beneficio della risata e di quella famosa credibilità che abbiamo tanto a cuore. Un’altra cosa ci ha sempre accompagnati: il desiderio di raccontare una storia, una vera e propria storia che, pur restando affezionata al passo comico, non lesinasse la fotografia tragica di questa donna in là con gli anni, corrosa dal risentimento, dall’amarezza per le occasioni perse. E provasse, di tanto in tanto, a penetrarne gli occhi per ricavarne il buono. Senza mai rimanere delusa.
Valerio Vestoso