Note di regia di "Brine"
Questo lavoro costituisce la mia prima sperimentazione con l’intelligenza artificiale. Più che una tecnica, è stata una domanda: che cosa valeva davvero la pena raccontare attraverso questo strumento? Di certo non una storia, non immagini in movimento che avrei potuto girare in modo convenzionale. Da quella domanda è nata l’idea della sirena, figura e tema che mi sono cari da sempre. Mi è tornato alla mente un dipinto di Giovanni Segantini: una creatura marina che emerge da un’onda, circondata da gabbiani in volo. Un’immagine che mi colpì, e che è ritornata al momento giusto, proprio quando ho deciso di affrontare questa storia. Poi la narrazione ha preso forma, riportandomi al territorio che sento elettivamente mio: la fiaba e il fantastico.
Ho riflettuto sulla figura della sirena, sulla sua natura duplice — o forse triplice —: donna, pesce, creatura incantata o mostro. È entrata in gioco anche la poetica di Maurice Maeterlinck, a me cara da lungo tempo: il sogno che si compenetra con l’incubo, una dimensione simbolista avvolta nell’ambiguità. In lui sogno e incubo si confondono, e allo spettatore è chiesto di interrogarsi su ciò che si cela sotto le apparenze, sui molteplici significati di quanto si dispiega davanti ai suoi occhi. Le sue opere si lasciano leggere come fiabe psicoanalitiche; e, nel momento in cui si è trattato di definire il registro del racconto, tutto questo mi è tornato alla mente.
Volevo un’atmosfera sospesa, in cui l’incantato e il fiabesco convivessero con un realismo crudo e spietato; in cui l’angelico si affiancasse al demoniaco, l’umano al bestiale e al soprannaturale. La cornice è quella della fiaba, ma filtrata attraverso una realtà brutale che nulla concede e che non offre scampo. Anche da questo punto di vista, l’impiego dell’intelligenza artificiale ha costituito una sfida deliberata: ricreare una dimensione visivamente ed emotivamente reale attraverso un medium che reale e vero non è. Così l’illusione del fantastico permea ancor più una parvenza di realtà, inducendo lo spettatore a empatizzare con i personaggi e con la storia e – al tempo stesso – a interrogarsi sulla veridicità di ciò che sta vivendo. Vi è inoltre un gioco calibrato di registri: l’inizio è giocoso, quasi infantile nella sua spensieratezza. Si apre sul tema della sirena, ma non prefigura in alcun modo lo sviluppo successivo della narrazione, né le svolte che essa prenderà. È un preludio volutamente innocente, che predispone il terreno per ciò che verrà.
Matteo Bernardini