Note di regia di "Architetture della Visione"
Con questo film ho cercato di raccontare quella che chiamo una forma di “tristezza complessa”, una condizione che può attraversare le nostre vite in momenti diversi e per ragioni che non sempre riusciamo a riconoscere. Può cominciare con un trauma, una perdita, una separazione, per poi allargarsi lentamente, fino a cambiare il modo in cui guardiamo le cose, le persone, il futuro. Per raccontarla sono partito da un’immagine molto semplice: la perdita della capacità di immaginare. Per un periodo, guardando davanti a me, non riuscivo più a vedere la
bellezza né a immaginare qualcosa oltre ciò che avevo oltre me. Da questa sensazione è nato il film e, l’idea di un viaggio alla ricerca del proprio sguardo perduto. Proprio questa difficoltà a immaginare un altrove, una possibilità diversa da ciò che esiste, mi ha portato a riconoscere qualcosa che andava oltre la mia esperienza personale. Scrivendo il film, ho ritrovato la stessa sensazione in molte persone della mia generazione: una fatica nel proiettarsi nel futuro, legata anche alle pressioni sociali e alle aspettative che costruiamo su noi stessi e sugli altri. La cecità del film ha cominciato così ad assumere per me un significato più ampio, diventando anche il riflesso di un sentire generazionale. Nel film, chi non riesce a guarire può scegliere la “via della natura”, l’ultimo stadio della terapia praticata nella residenza. Questa immagine nasce dall’incontro di suggestioni diverse: dalla poesia, prima di tutto, ma anche dalla forza figurativa della pittura e dalle riflessioni di artisti come René Magritte sul rapporto tra visibile e invisibile, tra ciò che vediamo e ciò che immaginiamo. Mi interessava pensare alla trasformazione non come a una sconfitta o a una fuga, ma come alla possibilità di trovare un altro modo di stare al mondo. La poesia, del resto, attraversa tutto il film. Le parole di Eugenio Montale e Jozefina Dautbegović entrano nelle immagini e diventano parte di questo tentativo di tornare a vedere. La trasformazione diventa allora anche una forma di dissoluzione: lasciare andare qualcosa di sé, e forse anche le forme e le aspettative dentro cui abbiamo imparato a riconoscerci, per provare a ricostruire un rapporto con noi stessi e con ciò che ci circonda. In un tempo in cui immaginare il futuro sembra sempre più difficile, volevo che il film conservasse, nonostante tutto, una possibilità utopica di rinascita.
Coltivare l’immaginazione, oggi, è una forma di resistenza.
Marco Mingolla