GRIDARE AGLI ANNI LUCE - Film ad alta densità:
di storie, lavoro e sentimenti
Racconta a tutto tondo il giornalista e l’uomo
Mino Damato, il documentario “
Gridare agli anni luce”, proiettato al Festival del Documentario Visioni dal Mondo, dove ha ricevuto una “Menzione Speciale Lungometraggi del Concorso Italiano”.
Giornalista televisivo di rango, innovativo e spericolato, padre di famiglia, filantropo e attivista nella lotta contro l’AIDS, Mino Damato è stato, dalla metà degli anni ’60 in poi, uno dei volti più noti e amati della tv (pubblica dapprima e commerciale poi), di trasmissioni di grandissimo successo e popolarità, tra cui la seguitissima “Domenica In”, “La ricerca dell’Arca” e “In viaggio tra le stelle”, grazie alla quale fu intitolato proprio a lui un asteroide, il “121019 Minodamato”.
Le tantissime attività del giornalista riempiono così di contenuti e accadimenti senza sosta il documentario, la cui cifra distintiva è l’alta densità. A firmare il film è infatti il nipote, Andrea Damato, diventato regista, in qualche modo calcando le orme del nonno Mino.
Andrea non solo ha studiato, analizzato e poi sintetizzato per realizzare il suo film, interi scatoloni di videotapes, fotografie, registrazioni audio, documenti e appunti, materiali delle Teche Rai e super 8 di famiglia, relativi alla vita di Mino Damato, ma è riuscito a confezionare un racconto denso di sentimenti, in cui si percepisce il grande amore del giovane regista verso un nonno, per lui sicuramente considerato come un mito fin da quando è venuto al mondo.
Si scopre così che Mino Damato non soltanto è stato uno dei primi reporter di guerra della tv pubblica, in prima linea sui fronti più caldi e pericolosi delle guerre in scenari internazionali, ma ha sempre guardato avanti, portando il pubblico televisivo a conoscere le ultime scoperte e frontiere della scienza, della tecnologia, dell’astronomia. Un giornalista talmente bravo e “avanti”, da risultare forse scomodo ai consueti e paludati palinsesti tradizionali RAI.
La sua idea guida era che il pubblico televisivo non fosse particolarmente affezionato ai programmi futili ma che, al contrario, fosse molto interessato a conoscere il mondo grazie a format dal taglio culturale e scientifico. Il compito di chi produce i contenuti era quindi, secondo la sua visione, quello di cercare di alzare il livello culturale dell’offerta televisiva: e gli ascolti molto alti che realizzava gli davano ragione. Un concetto che, pioneristicamente, Damato espresse tanti anni fa e che ancora oggi stenta ad essere attuato, visto il livello mediamente basso dell’offerta di programmi: tra quiz, talk e intrattenimento.
Ecco allora il secondo atto della vita di Damato, quello dedicato a salvare i bambini romeni dagli orfanotrofi lager, dove venivano lasciati morire di AIDS: il film ci restituisce tutto ciò che Mino ha costruito e che ancora oggi esiste, in termini di strutture ospedaliere e case-famiglia, finalizzate a dare un futuro alle tante giovane vite in pericolo. E tra queste vite salvate, il suo legarsi ad una bambina malata e bisognosa di tutto, con la quale era nato un rapporto di grandissimo affetto, coronato dall’adozione.
Il ritmo del film è incalzante così come sono tante, anzi tantissime, le cose che Mino ha realizzato, facendo capire allo spettatore che un solo film non basta per parlare di un uomo e di un giornalista a dir poco vulcanico. Il racconto di Andrea si focalizza sui lati più belli e umani del giornalista, optando scelte narrative mirate, riposizionando il nonno Mino Damato nel posto che merita all’interno della storia dei mezzi di comunicazione in Italia e colmando una lacuna imperdonabile in un sistema dell’informazione che dovrebbe conservare con più attenzione e dedizione la memoria di chi, con il suo duro lavoro, ha fondato nuovi modi, intelligenti e innovativi, di concepire la televisione.
29/09/2026, 08:40
Elisabetta Vagaggini