TORINO UNDERGROUND CINEFEST 13 - Il cinema di Giulia Cosentino
Giulia Cosentino è stata ospite al
TUC Torino Underground Cinefest per una retrospettiva dei suoi lavori da regista e per ricevere il premio Cinema Futuro. L'abbiamo intervistata.
Iniziamo proprio dall'evento torinese: che effetto che ti fa vedere in fila i tuoi lavori?
Oltre alla gratitudine, ovviamente, mi è servito un po' come quell'esercizio di riaprire i diari, ogni tanto, e ti rileggi nel passato...
Ho rivisto i film negli anni, ma mai così tutti insieme: sono in un momento della vita in cui mi perdono molto di più, quindi sono un po' più serena rispetto a trovare delle criticità, sono molto più in pace con i lavori precedenti.
Ovviamente li sento lontani, ho una giusta distanza finalmente, ma credo che sia comunque un'occasione incredibile per chiunque, anche scoprire come chi le vede trova dei nessi che io magari non riesco a trovare.
Magari se le rivedrò tra dieci anni, tra vent'anni, ci rivedrò delle cose ancora diverse... però forse è l'atto più simile a riaprire i diari o i libri dove prendo appunti di lato!
Sono delle domande che faccio anche a me stessa: come mi relaziono nel mondo, alla collettività, alla famiglia, al mio genere, alle ambizioni al mestiere che faccio... questa idea politica venga sicuramente da un mio posizionamento che è dichiarato.
L'archivio nel cinema sta prendendo sempre più spazio, tu come lo usi?
Ho iniziato lavorando come ricercatrice, quindi diciamo che ho lavorato tanto sulla ricerca delle immagini e quello che è poi venuto fuori, anche nei miei lavori da autrice, sono delle riflessioni partite proprio da questa ossessione di riguardare i materiali tante volte, o comunque provare a cercare dei significati che potessero corrispondere a delle esigenze di altri autori o altri autrici.
E forse quindi poi, quando sono approdata a fare io l'autrice, ho dovuto capire come questi materiali parlavano a me: era quasi impossibile non prendere una posizione politica e anche fare un discorso critico sulle immagini. Chi le guarda, chi le sta filmando, quando sono state girate e come sono state girate.
Però nei lavori che ho fatto, non soltanto come regista ma anche come collaboratrice, ho esplorato tanti modi diversi di lavorare ed è vero che c'è stata una grandissima attenzione verso questi materiali negli ultimi anni, per una serie di motivi, non solo per moda ma anche come risposta a un bisogno di parlare in prima persona, come nell'autofiction letteraria, che forse sta arrivando a una saturazione, ma era necessario farlo per raggiungere dei nuovi significati
Anche nel mio ultimo lavoro sono tornata all'archivio in una maniera un po' più distante, nel senso che lo tratto per quello che è, in modo forse più documentario.
Tu hai fatto anche altro, come sceneggiatrice, come aiuto-regista, anche in film senza archivio: nell'ultimo lavoro, Se mai le cose, hai aggiunto una parte di fiction con attori. Che percorso stai facendo, dove credi ti stia portando?
Non lo ritengo l'unico linguaggio con cui potrò lavorare, nel film che sto scrivendo adesso c'è una parte d'archivio però è diversa ancora una volta da quelli precedenti, perché probabilmente parto sempre da cose che esistono, quindi da oggetti che esistono, anche un po' come sugli oggetti nel film c'è un'attenzione a qualcosa che già esiste.
Mi piace pensare di rielaborare, il cinema mi diverte: attraverso il linguaggio cinematografico puoi costruire degli altri strati, è una cosa che mi piace tantissimo, mi entusiasma questa possibilità di metterci delle voci, per sperimentare...
Poi non escludo che ci siano dei film, magari ne farò, che non hanno l'archivio: sicuramente sono una persona che tiene un archivio del presente, scrivo, conservo delle cose... La memoria è evoluzione per me, non so cosa succederà dopo: ho voglia di girare, ho voglia di mettermi in relazione ad altre cose, non cerco soltanto quello che ho già vissuto.
A proposito di "Se mai le cose", sembra girato per creare un archivio del presente.
Forse perché era l'unico modo in cui sapevo girarlo!
E' difficile girare i film, per quanto tu ne hai fatti tanti da assistente, da aiuto, e quindi non arrivavo completamente spaesata sul set. Scrivere una storia, pensare che gli oggetti parlano e poi capire come farli parlare è stata una domanda abbastanza difficile a cui rispondere per me, e probabilmente il linguaggio che conosco meglio è quello. In qualche modo ho replicato delle cose, che sono anche film che mi piacciono ovviamente, riferimenti di autori e autrici che amo.
Ho sempre cercato di lavorare sulla traccia visiva e sulla traccia audio nella stessa maniera, come se potessero esistere anche da sole, autonomamente, quindi mi piace pensare che un film si può solo ascoltare e si può anche solo vedere e ci ho provato a farlo! In effetti comunque funziona, e la cosa divertente è che poi quando li metti insieme diventa tutta un'altra cosa.
La traccia sonora sul film era per me importantissima, non meno delle immagini: ho lavorato prima con la montatrice del suono, prima ancora di lavorare con la direttrice della fotografia, ho proprio pensato come facciamo a fare questa cosa e su quattro giorni di set uno lo abbiamo dedicato solo all'audio.
Ultima cosa: che cosa ti ispira nel tuo lavoro nel tuo percorso?
Leggo molto e rileggo molto i libri che leggo, e rileggendo, facendo quell'esercizio che ti dicevo prima, ho scoperto che c'erano degli appunti su questo film e non avevo idea che ci fossero! Tantissimi anni fa sul libro di Marguerite Duras che si chiama "La vita materiale", che parla della casa e degli oggetti in una maniera diversa, ho trovato tracce di questo percorso.
Per il film ho fatto vedere molte cose agli attori e alla troupe, la trilogia di Richard Linklater, Chantal Ackerman, Claudia Weill (in particolare "Girlfriends") e altro ancora.
01/01/2050
Carlo Griseri