Note di regia di "Manifesto" di Flavio Basile
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Manifesto” nasce dalla necessità di raccontare una generazione di ragazzi dispersi e fragili, costretti ad atti estremi pur di trovare il loro posto nel mondo. Il cortometraggio, girato per gran parte in videocassetta Digital8, racconta la giornata dell’attentato a scuola di Kevin. Viviamo il suo punto di vista, vediamo quello che lui vuole farci vedere, lo spettatore diventa complice di tutto. Kevin tenta continuamente di costruire un’immagine di sé: filma, cita Pasolini e Montale, parla come se avesse già trovato le risposte alle proprie inquietudini. Ma la sua apparente preparazione nasconde una profonda fragilità. Le parole che utilizza spesso non gli appartengono davvero: sono pensieri presi in prestito, strumenti attraverso i quali cerca di dare una forma al proprio disagio e di sentirsi diverso dagli altri. Jessica rappresenta il suo contrappunto. Alla necessità di Kevin di attribuire un significato a ogni cosa oppone un’indifferenza quasi disarmante, fatta di risposte brevi, silenzi e gesti istintivi. È proprio il rapporto tra i due, durante l’attesa dell’esplosione, a incrinare progressivamente le certezze di Kevin. L’intimità e la scoperta di emozioni mai provate introducono qualcosa che il suo “manifesto” non era in grado di prevedere. Anche gli spazi accompagnano questo smarrimento. La scuola, la metropolitana e soprattutto il palazzo incompiuto sono luoghi freddi, spogli, attraversati da geometrie rigide. Il cantiere diventa un labirinto nel quale i due ragazzi vagano senza una vera destinazione, fino alla domanda più semplice: «Ti sei perso?». «Sì». La videocamera attraversa tutto il film come un terzo personaggio. Inizialmente è Kevin a dominarla e a decidere cosa mostrare; progressivamente, però, è lui a diventare oggetto del suo sguardo. Il confine tra chi filma e chi viene osservato si ribalta. Quando infine Kevin prova a leggere il proprio manifesto davanti all’obiettivo, le parole non arrivano più. «Il senso della mia vita è…». Non riesce a terminare la frase. “
Manifesto” non vuole trovare una giustificazione al gesto di Kevin, né fornire una risposta al suo disagio. Vuole piuttosto rimanere accanto alla sua contraddizione: quella di un ragazzo che, nel tentativo disperato di trovare un senso alla propria esistenza, scopre di non essere in grado di definirlo.
Flavio Basile