FESTA DEL CINEMA DI ROMA 21 - "Brianza": Ritratto di una
provincia che ha fatto del decoro la propria morale
In "
Fargo" la valigetta piena di dollari finiva sepolta nella neve del Minnesota, sotto un paletto che nessuno avrebbe più ritrovato. In "
Brianza" il denaro trova riparo in un armadio blindato, tra le canne lucidate dei fucili di un’armeria di famiglia. Il paesaggio è quello dei capannoni e dei campanili lombardi, la provincia come teatro dell’ordine apparente in cui il crimine germoglia nel cuore della rispettabilità.
Al suo secondo lungometraggio dopo "
Drive Me Home",
Simone Catania racconta quella provincia brianzola in cui la reputazione è un patrimonio che si eredita insieme all’azienda di famiglia. Più che il racconto di un tracollo finanziario,
Brianza è il ritratto di una provincia che ha fatto del decoro la propria morale. Una "
Brianza" laboriosa e chiusa, in cui il valore di un uomo coincide con ciò che la comunità vede di lui, e in cui il fallimento resta qualcosa di indicibile, una colpa da nascondere ancor prima che un problema da affrontare. La linea ereditaria funziona come un vincolo, impone di essere all’altezza, e non contempla la possibilità di cadere. In un mondo così costruito mentire diventa l’unico linguaggio disponibile, l’unico modo per restare dentro un ordine sociale che non prevede eccezioni. Catania osserva questa provincia retrograda senza indulgenza, mettendo in luce quanto la sua rispettabilità poggi su un equilibrio pronto a incrinarsi alla prima crepa nei conti.
Giorgio Farina (
Fausto Russo Alesi) è la terza generazione di un’armeria passata di padre in figlio, consulente della polizia e uomo dall’onestà proverbiale. Un cittadino al di sopra di ogni sospetto - per prendere in prestito Petri. Nel 2009, mentre la crisi stringe la sua morsa sul Nord produttivo, un investimento sbagliato in Svizzera lo trascina in un abisso di debiti che nasconde a tutti, famiglia compresa. Poi arriva Alberto Fumagalli, eccentrico gestore di distributori di benzina deciso a farsi giustizia da sé contro la multinazionale per cui lavora. Giorgio accetta di custodirne il bottino, e la scorciatoia si trasforma in una spirale dove affari, amicizia e crimine si confondono.
La "
Brianza" di Catania è il rovescio di quella che Virzì aveva filmato ne "
Il Capitale Umano": lì le ville e i fondi speculativi, qui la piccola impresa familiare su cui il Nord ha costruito la propria mitologia. È una provincia retrograda e laboriosa, dove si trapianta tra le parrocchie una specie di etica weberiana. Il lavoro diventa prova di elezione morale, e il fallimento un peccato da occultare. Prima ancora che con le banche, Giorgio è indebitato con i padri. L’armeria è il cuore simbolico di questo ordine. Vende sicurezza a una comunità che ha bisogno di sentirsi protetta, e il suo titolare collabora con chi la legge la fa rispettare. È in questo contesto che l’armadio blindato, il luogo che dovrebbe custodire le armi e con esse la fiducia del paese, diventa il ripostiglio del rimosso. Lì dentro la provincia nasconde ciò che non può guardare.
Catania vuole la "
Brianza" come frontiera, e fin dalle prime inquadrature le cuce addosso il western. Il western però è il genere dell’orizzonte aperto, mentre la Brianza è il paesaggio della recinzione in cui convivono cancelli automatici e tavernette blindate come caveau. L’innesto resta un costume. Non a caso i personaggi il West lo recitano, travestiti da nordisti mentre sparano a sagome di pellerossa, e il film finisce per somigliare a un gioco di ruolo, con la stessa ingenuità compiaciuta di chi colleziona Winchester senza aver mai visto una prateria. A questo si aggiunge una certa sfiducia nello spettatore. La didascalia in esergo enuncia la tesi prima ancora che le immagini abbiano il tempo di suggerirla, e le armi, esibite e ribadite, annunciano con largo anticipo il colpo che arriverà. Il film sottolinea ciò che dovrebbe lasciar affiorare.
La crepa più vistosa riguarda però il femminile. Le donne di "
Brianza" si dividono in due archetipi: la madre murata nella villa e nel dialetto, custode del patrimonio, e la moglie che quel patrimonio lo dissipa fra acquisti e ritocchi estetici. Fra la vestale e la consumatrice non c’è spazio per un desiderio che non sia di superficie. La moglie di Giorgio in particolare diventa il volto visibile del debito, il luogo dove la colpa maschile si scarica e si fa caricatura. È un personaggio insopportabile per come è costruito, prima ancora che per come agisce. Sembra quasi che lo sguardo con cui Catania vorrebbe smascherare la provincia retrograda riproduca, quando posato sulle donne, la stessa misoginia di quella provincia.
La scrittura, firmata da Catania con
Fabio Natale e
Ugo Chiti, sceglie il registro del noir di provincia e lo attraversa con un umorismo grottesco che sposta la vicenda verso territori più ambigui del semplice dramma. A sostenerla contribuisce la colonna sonora di
Victor Hugo Fumagalli, costruita a partire da un fischio la cui intensità varia con la forza del gesto e che accompagna la pressione crescente sui due protagonisti. Coprodotto da Indyca e Beauvoir Films, in collaborazione con Rough Cat, "
Brianza" è stato presentato nel concorso Progressive Cinema della Festa del Cinema di Roma.
15/10/2026, 16:07
Olivia Fanfani