Note di regia di "Giudecca"
All’inizio di "
Giudecca" ci sono delle fotografie. Dei volti impressi sulla carta, destinati a essere incisi, attraversati, in parte cancellati. È da quei volti che ho scelto di guardare il carcere.
Sono quelli di Jenni, Rachida, Patrizia e Giulia. Quattro donne molto diverse, quattro storie nelle quali essere vittima o colpevole, madre o figlia, amare o fare del male non appartengono sempre a territori separati. Nei loro racconti tornano gli uomini, la famiglia, i figli, le dipendenze, gli abbandoni. Il carcere non interrompe queste relazioni: le porta dentro, le comprime, a volte le rende ancora più presenti.
Il lavoro di Sten·Lex è diventato il modo per avvicinarmi a loro. I loro ritratti nascono attraverso un processo di sottrazione: l’immagine viene incisa, erosa, progressivamente rimossa. Più il ritratto perde materia, più un volto sembra venire fuori. Durante le riprese ho avuto la sensazione che anche il film procedesse così: togliendo, invece di aggiungere. Lasciando cadere poco alla volta le definizioni con cui ero entrata in carcere.
Abbiamo scelto il bianco e nero e una macchina da presa vicina ai corpi e ai volti. Intorno a loro il carcere rimane grande, geometrico, quasi immobile. La luce invece entra dappertutto. Filtra dalle finestre, attraversa le grate, si posa sui volti e sulle pareti. Non è una promessa di libertà: è qualcosa che può entrare e uscire liberamente, mentre i corpi rimangono dentro. Venezia è appena oltre quelle finestre, a pochi metri, ma irraggiungibile.
A poco a poco, mentre i ritratti prendono forma, il carcere arretra e loro vengono avanti. Jenni, Rachida, Patrizia e Giulia non diventano simboli e non rappresentano nessuno se non loro stesse. Restano contraddittorie, a volte difficili da comprendere, impossibili da ricondurre a una sola storia.
È forse questo che ho cercato di filmare: ciò che di una persona resiste all’immagine che abbiamo già costruito di lei.
Maria Tilli