Note di regia di "Noi, un po' meglio"
Un regista deve scegliere da che altezza guardare i suoi personaggi. Dall'alto in basso, se pensa che siano peggiori di noi. Dal basso in alto, se li idealizza. Io ho scelto di guardarli all'altezza dei miei occhi. Simone e Lucia sono le persone belle che incontriamo ogni giorno in strada o nel mondo — un pompiere, un'infermiera — quelle che il cinema racconta raramente nella pienezza della loro bellezza. Sono come noi. Anzi, un po' meglio di noi. Dopo due film — Confidenza e Lacci — in cui ho raccontato gli incastri di coppia con un tono pessimista e oscuro, ho voluto provare la direzione opposta: un film sorridente, che pensa al pubblico senza prepotenza, provando a far notare più Lucia e Simone di me. Ho guardato a certi film popolari degli anni Sessanta, da Poveri ma belli a Pane amore e fantasia, dove l'allegria è contagiosa e il quotidiano sembra irrompere sullo schermo senza filtri. I filtri invece ci sono sempre, sia in quei film che in questo: un colore accogliente, le case popolari sì, ma sul mare. Un condominio popolare ma progettato da Adalberto Libera, che credeva che anche la casa popolare dovesse avere la sua grazia — la dolcezza di vivere dentro ambizioni possibili, il conforto di trovare nell'altro la libertà di sceglierti ogni giorno. Ho provato ad applicare lo stesso principio non solo alla vita di Simone e Lucia, ma anche alle loro crisi: anche quando litigano, anche quando la burocrazia li mette alla prova, volevo restare su quel gradino poco sopra il vero, mai fuori a guardarli soffrire da lontano, mai umiliarli, mai renderli troppo coraggiosi o troppo sofferenti.
La stessa altezza ha guidato la scelta del cast. Cercavo volti capaci di incarnare una famiglia italiana come la conosciamo oggi — una classe popolare, ma non troppo, che è anche la mia. Con Elio Germano e Maria Chiara Giannetta abbiamo lavorato per non spingere mai la recitazione sopra le righe, per costruire una geografia di rapporti in cui conta il non detto tanto quanto il detto. La macchina da presa li segue come respirano loro nel quotidiano. In certi momenti mi sono messo da parte, per guardarli con l'affetto e l'empatia con cui si guardano due persone che si conoscono da una vita: non li ho mai spinti ad assomigliare a me, ma li ho lasciati liberi di farmi desiderare di assomigliare a loro.
È lo stesso lavoro che cercavo di fare già ai tempi de La Scuola: far passare il vero nel fotogramma, accogliendo e disciplinando cosa poteva entrare e cosa doveva restare fuori. Mi riconosco in un cinema italiano che non smette di fotografare il proprio tempo, anche quando sceglie di farlo sorridendo.
Al centro del film ci sono anche le istituzioni, che di solito, al cinema, sono raccontate come un nemico — corridoi grigi, moduli su moduli, funzionari sfiancati. Ho voluto che invece diventassero lo specchio più onesto che i miei personaggi incontrano, l'unico luogo che li costringe a dirsi quello che si sono sempre risparmiati. Una Asl dove si viene a dire la verità, e dove si è ascoltati con comprensione superiore alle aspettative.
La musica di Bryan Senti, emotiva e “alta”, aiuta a prendere sul serio il sorridere: crea un contrappunto rispetto alla solarità delle immagini e invita lo spettatore a rispettare le ingenuità dei personaggi, invece di guardarle dall'alto. La comicità nasce dalla genuinità di questi due caratteri e dalla loro capacità di litigare su tutto, nello spirito delle commedie sentimentali americane degli anni Quaranta, dove l'amore si misura in battibecchi. Non l'ho mai usata per alleggerire la materia: è il modo in cui Simone e Lucia affrontano le difficoltà, non una scorciatoia per evitarle.
Anche il titolo dice questo: Noi, un po' meglio. Non un mondo diverso dal nostro, ma leggermente migliore — istituzioni comprensive, crisi che si ricompongono, desideri che alla fine si esaudiscono. Anche noi possiamo sognare di essere così, un po' meglio di noi ma non troppo. Un'ora e quaranta di consolazione, come quei film che un tempo andavamo a vedere nelle giornate di pioggia, che entravamo di giorno, uscivamo di sera e ci lasciavano un'inspiegabile contentezza.
Daniele Luchetti