ALICE NELLA CITTA' 24 - Intervista a Maira Tersigni,
regista del cortometraggio "Quattordici"
Come nasce l'idea per la realizzazione del cortometraggio "Quattordici"?
Maira Tersigni: "
Quattordici" è nato durante il mio terzo anno nel campus di Roma di NABA, Nuova Nuova Accademia di Belle Arti come progetto di tesi. Avevo diverse idee, ma sentivo che questa fosse la storia più autentica e sincera che potessi raccontare in quel momento. Nasce dalla mia infanzia, da una parte della mia vita che sentivo il bisogno di esplorare. È stato un processo molto naturale. Avevo immagini abbastanza chiare nella mente, momenti che continuavano a riaffiorare, accompagnati da sensazioni che tornavano ogni volta che ripensavo a quei ricordi. Eppure, ero costantemente attraversata dalla sensazione che fosse impossibile rivivere quei momenti in maniera pura, così come li avevo vissuti la prima volta. Questa consapevolezza mi ha portata a interrogarmi sul funzionamento stesso della memoria: quanto di ciò che sento e so oggi corrisponde davvero a ciò che sentivo e sapevo allora? Quanto di ciò che ho compreso crescendo ha modificato il modo in cui ricordo la mia infanzia? E quanto, senza che me ne rendessi conto, ha contribuito a riscrivere i miei ricordi? Riguardando il passato, gli avvenimenti non cambiano, ma cambia il loro significato. Ci sono cose che da bambina ho vissuto senza comprenderle fino in fondo e che soltanto dopo hanno assunto un senso diverso. E mi interessava proprio questa sovrapposizione tra ciò che ho vissuto allora e ciò che riesco a comprendere oggi, tra la memoria e la consapevolezza che è arrivata dopo. Sentivo che raccontare quegli eventi in maniera puramente realistica, quasi documentaristica, non sarebbe stato sufficiente a restituire questa complessità. Avrei rischiato di ricostruire i fatti senza riuscire a restituire la contraddizione che esisteva nel mio modo di ricordarli. Da una parte c'era la leggerezza dell'infanzia, la meraviglia, la bellezza della vita vissuta senza sapere cosa sarebbe poi accaduto. Dall'altra c'era il dolore, la consapevolezza della perdita. Due dimensioni opposte che, nel mio presente, continuavano a esistere contemporaneamente. Così ho deciso di affidarmi a questa sensazione e di farne la struttura stessa del film. Non cercare di ricostruire il passato in maniera oggettiva, ma seguire il modo in cui riaffiorava dentro di me: per immagini, per associazioni, per emozioni che ne richiamavano altre, in un tempo sospeso in cui passato e presente finivano per sovrapporsi.
Come mai la scelta di girare il cortometraggio in bianco e nero?
Maira Tersigni: Penso che Quattordici non avrei potuto immaginarlo in nessun altro modo. È un film che ho costruito seguendo l'istinto, cercando di capire, a ogni scelta, se quello che stavo facendo fosse in grado di restituirmi una determinata sensazione. Il film è costruito per assonanze, un po' come funziona la memoria: un'emozione ne richiama un'altra, un'immagine ci riporta da qualche altra parte, i ricordi si sovrappongono e si contaminano. Mi interessava quel tempo indefinito, sospeso, che esiste dentro la memoria, in cui le cose non hanno necessariamente un ordine, ma sono legate tra loro da qualcosa di più profondo, che è la sensazione che ci lasciano. Credo che il bianco e nero sia nato proprio da questo bisogno. Non volevo restituire la realtà nella sua dimensione più concreta, ma provare ad avvicinarmi a qualcosa di più interiore, a un modo di percepire le cose che non passa soltanto attraverso ciò che vediamo, ma anche attraverso ciò che sentiamo. Il bianco e nero mi permetteva di togliere qualcosa alla realtà visibile per cercare qualcos'altro, di meno definito e forse anche più difficile da afferrare. Mi interessava che le immagini potessero diventare sensazioni, frammenti emotivi, qualcosa che risuonasse nello spettatore anche al di là di quello che stava guardando. Anche la scelta degli abiti segue questo percorso. Il nero compare negli abiti delle protagoniste soltanto dopo la scoperta della morte, come se qualcosa, da quel momento, cominciasse lentamente a cambiare anche nel loro modo di abitare il mondo. È una trasformazione graduale: prima la mamma, poi le sorelle maggiori e, soltanto nella scena conclusiva, Stella, dopo l'urlo della madre. Mi interessava che anche questo passaggio avvenisse lentamente, fino ad arrivare a lei. Come se la scoperta della morte finisse per raggiungere anche Stella, segnando una frattura tra ciò che c'era prima e ciò che viene dopo. Anche il rapporto con la natura è stato importante. I luoghi erano così imponenti che avrebbero potuto sovrastare i personaggi. Non volevo ridurne la forza, ma trovare un modo per far convivere quella grandezza con la fragilità dei corpi e delle relazioni umane. Alla fine, credo che il bianco e nero sia stato il modo più naturale per tenere insieme tutte queste cose. Non è stata una scelta estetica da applicare alla storia, ma qualcosa che è emerso mentre cercavo la forma del film che più si avvicinasse a ciò che sentivo.
Nel cortometraggio vediamo quattro sorelle che giocano nella natura, poi, arriva una seconda parte molto drammatica....
Maira Tersigni: Volevo che la seconda parte arrivasse senza preavviso, proprio come accade nella vita. La morte irrompe senza chiedere il permesso, senza darci il tempo di prepararci. E tu puoi soltanto restare lì, a guardare, e cercare di accettare qualcosa che non avresti mai voluto accadesse. Da quel momento il film attraversa una sorta di ascesa, fino ad arrivare alla scoperta della morte attraverso lo sguardo di una bambina. Stella della morte sa ancora poco, non possiede nemmeno gli strumenti per comprenderla davvero. Prima ancora di capire che cosa significhi perdere qualcuno, la incontra attraverso il dolore della mamma, vedendola crollare davanti a lei. È quello il momento in cui, per Stella, tutto cambia. La consapevolezza della morte entra nella vita di Stella attraverso il dolore di una persona che ama. Credo che, da bambini, impariamo a leggere il mondo anche attraverso i nostri genitori: il loro sguardo, le loro reazioni, il modo in cui vivono ciò che accade. Prima ancora di riuscire a comprendere razionalmente qualcosa, ne percepiamo il peso attraverso di loro. Stella non possiede ancora gli strumenti per comprendere fino in fondo che cosa significhi la morte, ma vede il dolore della mamma, la vede crollare davanti a lei, e in quel momento qualcosa cambia. È attraverso quel dolore che incontra qualcosa che ancora non sa nominare, ma che da quel momento farà parte del suo mondo. Le urla che sentiamo all'inizio del film appartengono al gioco, alla vitalità, alla leggerezza dell'infanzia. Alla fine, quelle stesse urla diventano urla di dolore. È come se qualcosa che avevamo già visto e sentito venisse riscritto da ciò che accade dopo. Mi interessava lavorare proprio sul contrasto tra queste due sensazioni opposte: caricare il più possibile la gioia iniziale, la vitalità e la leggerezza, per poi spezzarle bruscamente. Volevo che il passaggio arrivasse inaspettato, che interrompesse quel mondo senza preparare lo spettatore a ciò che sarebbe accaduto. Perché è qualcosa che sento appartenere anche alla memoria: quanto di ciò che ricordiamo è legato a quello che abbiamo vissuto allora, e quanto viene inevitabilmente trasformato da ciò che abbiamo scoperto e compreso crescendo? All'inizio del film ci sono dei piccoli timori infantili: la paura della più piccola di essere lasciata indietro, di perdere il proprio posto tra le sorelle, di non ricevere più le stesse attenzioni della mamma con l'arrivo della nuova bambina. Sono paure piccole, tenere, che appartengono a quel mondo in cui tutto sembra ancora riconducibile alle relazioni più vicine, al bisogno di essere amati, visti, rassicurati. Poi arriva la morte, e tutto cambia. Quei timori vengono travolti da qualcosa di immensamente più grande, qualcosa che nessuna bambina dovrebbe essere pronta ad affrontare. Ed è proprio questo contrasto a rendere così doloroso il passaggio: da un mondo in cui le paure appartengono ancora all'infanzia a un'esperienza che rompe improvvisamente quella dimensione. È qualcosa con cui facciamo fatica a confrontarci anche da adulti. Credo che tutti abbiamo un rapporto complesso con la morte, perché porta con sé domande a cui non sappiamo rispondere. Per quanto possiamo cercare delle risposte, rimane sempre qualcosa che ci sfugge, qualcosa che non riusciamo a comprendere fino in fondo.
Come hai lavorato alla realizzazione di "Quattordici"? Come è stato realizzarlo all'interno della NABA, la Nuova Accademia delle Belle Arti?
Maira Tersigni: Ho realizzato Quattordici con la libertà e la leggerezza di seguire il mio istinto, senza cercare di ricondurre ciò che sentivo a delle regole precise. È un modo di lavorare che spero di conservare anche in futuro, perché credo che sia proprio così che possano nascere le cose più autentiche. Realizzarlo in NABA è stato importante, perché per me l'accademia è stata un luogo sicuro, in cui sentirmi libera di esprimermi. Il confronto con Fabio Capalbo, Course Leader del Triennio in Cinema e Animazione e la docente NABA Beatrice Baldacci, mi ha aiutata a interrogarmi sulle mie scelte e a riconoscere i punti deboli del progetto, senza cercare di cambiarne la natura. Mi hanno dato spunti di riflessione, aiutandomi a capire meglio ciò che volevo fare. Ricordo una frase che mi disse uno dei miei docenti durante il percorso: «Dovete fare film che piacciano a voi, prima di tutto. Film che voi vorreste guardare, non quello che pensate gli altri vogliano vedere, o che si aspettino da voi». Questa frase è stata davvero importante per me, soprattutto in questa fase iniziale del mio percorso, in cui sto ancora cercando di capire molte cose. Mi ha aiutata a fidarmi del mio istinto e a seguire ciò che sentivo. Credo che questa sia la chiave per raccontare storie autentiche, che nascono da qualcosa che conosciamo davvero e che sentiamo il bisogno di condividere. In un mondo in cui sembra esserci sempre più bisogno di mostrare qualcosa, di rispondere alle aspettative degli altri e di essere apprezzati, rischiamo di perdere di vista ciò che vogliamo raccontare davvero, o chi essere. Forse, invece, il punto di partenza dovrebbe essere proprio questo: riuscire ad ascoltare noi stessi, prima ancora di preoccuparci di come verremo guardati dagli altri. Trovare il giusto compromesso, penso che sia da lì che possa nascere qualcosa di sincero.
Progetti per il futuro?
Maira Tersigni: Attualmente sto scrivendo e lavorando ad altri progetti, con il desiderio di continuare a mettermi in discussione e di confrontarmi con qualcosa di cui io stessa non ho ancora tutte le risposte. Credo che il cinema che vorrei fare sia proprio questo: un cinema che non cerchi necessariamente di dare risposte o definizioni, ma che lasci spazio alle domande e alle sensazioni. Vorrei realizzare film che le persone non si limitino a guardare, ma che possano attraversare, sentire sulla propria pelle e portare con sé anche dopo la visione. È il tipo di cinema che sento più vicino a me e che vorrei continuare ad esplorare.
23/10/2026, 18:24
Simone Pinchiorri