Note di regia di "Mustang"
Mustang è un film costruito nel tempo.
Le immagini che lo compongono sono state girate in anni diversi, attraversando momenti molto differenti della mia vita, molto prima che esistesse l’idea di realizzare questo documentario. L’uso del materiale di repertorio si riferisce esclusivamente a immagini private raccolte nel corso degli anni, girate da me, da Pietro e, più tardi, da Sophie, insieme ad altri frammenti nati all’interno del nostro vissuto familiare durante numerosi viaggi in Mustang compiuti nell’arco di ventitré anni. Le prime riprese risalgono al 2003, durante il mio primo viaggio in Mustang con Pietro. Furono realizzate con una videocamera MiniDV amatoriale. Ho scelto di mantenere nel montaggio il carattere spontaneo e immediato di quelle immagini, senza cercare di uniformarne il linguaggio visivo, perché custodiscono non solo la memoria di quel tempo, ma anche il suo sguardo. Negli anni successivi ho continuato a filmare le diverse tappe di questa storia con tutto ciò che avevo a disposizione: piccole videocamere, telefoni, GoPro. Senza un progetto preciso, ma seguendo un impulso naturale a conservare frammenti di un legame con quel luogo e con le persone che ne fanno parte. Il momento in cui il film ha davvero trovato la sua forma è arrivato molti anni dopo. Nel 2024, quando Sophie, a diciannove anni, ha deciso di partire da sola per il Mustang portando con sé la vecchia MiniDV di suo padre per filmare quel viaggio. In quel gesto ho riconosciuto un passaggio di testimone. Ho capito che questa storia doveva essere raccontata attraverso il suo sguardo ed è per questo che Sophie è diventata la voce narrante del film. L’anno successivo sono tornata anch’io, questa volta con operatori professionisti e con un’idea chiara di come concludere questo lungo racconto.
La vera sfida è stata trovare la distanza necessaria per raccontare una storia di cui facevo intimamente parte, riuscendo al tempo stesso a stare sia davanti che dietro la macchina da presa. Trasformare la vicinanza in sguardo, senza tradire l’intimità di quell’esperienza. Un elemento fondamentale del film è il lavoro sul suono e sulla musica. Ho voluto costruire un paesaggio sonoro che nascesse organicamente da quel luogo, attingendo ai suoni che rendono l’Himalaya e la cultura sviluppatasi in quella regione del mondo uno spazio insieme mistico e primordiale. I canti buddhisti nei monasteri antichi, le vibrazioni profonde delle voci rituali, le basse frequenze che sembrano propagarsi più come una presenza fisica che come musica. Anche i suoni raccolti in presa diretta sono stati trasformati in materia musicale. Alcune registrazioni ambientali sono diventate veri e propri brani, mentre pattern sonori dei mantra mattutini cantati all’alba dagli alunni della scuola sono stati rielaborati fino a diventare la base di alcune composizioni originali. Ho scelto di trattare questi materiali sonori con libertà, lasciandoli dialogare spesso con elementi di musica elettronica. Le immagini girate con i droni restituiscono la vastità del Mustang e la vertigine del canyon del Kali Gandaki, offrendo quella distanza necessaria a mettere in relazione una storia profondamente intima con la scala monumentale del paesaggio.
Kasia Smutniak