Note di regia di "Livatino - Il Giudice e i suoi Assassini"
Il racconto de "
Il giudice e i suoi assassini" si concentra sugli ultimi due anni di vita di Rosario Livatino, dal 1988 al 1990. Pur scegliendo l’epilogo della sua esistenza, questo taglio consente di restituire appieno la grandezza della sua figura, mostrando quanto in lui la dimensione spirituale e quella professionale fossero profondamente intrecciate. La sua battaglia si conclude il 21 settembre 1990, quando, a soli 37 anni, viene ucciso brutalmente lungo la strada che percorre ogni giorno da casa al tribunale. La sua morte scuote l’opinione pubblica italiana e internazionale, e l’importanza del suo ruolo nella lotta alla mafia viene riconosciuta anche da Falcone e Borsellino, con i quali Livatino aveva avviato una fruttuosa collaborazione. Ma la sua forza non si spegne: arriva fino a noi, fino a quando Papa Francesco ne consacra la memoria rendendolo il primo magistrato beato della storia.
Sulla scia del grande cinema civile di Francesco Rosi, il film indaga da una parte la vita di Rosario, dall’altra quella dei suoi assassini. Livatino è un martire contemporaneo: un uomo coraggioso, un uomo giusto, che affronta la mafia in una terra in cui la mafia comanda da secoli. Brillante studente di giurisprudenza, entra giovanissimo in magistratura: prima procuratore, poi giudice, diventa presto il nemico numero uno dei boss del suo stesso paese. Minacciato di morte, vive sotto scorta, alla quale rinuncia — senza cedere alle intimidazioni — per non esporre a rischio giovani agenti. Con una forza d’animo straordinaria e grandi sacrifici, mette alla prova sé stesso, le relazioni e il rapporto con i genitori. E quando comprende che il suo destino è segnato, rinuncia anche all’amore, al matrimonio, all’idea di una famiglia. Schivo e riservato, Livatino non ama apparire: è sempre attento a mantenere l’umanità verso gli altri. Uomo dai modi d’altri tempi, ma con un profilo oggi più che mai modernissimo, incarna il bene, il lato luminoso di questa storia.
Ma raccontiamo anche il buio: la vita dei mafiosi di Cosa Nostra e degli stiddari agrigentini, braccio violento di una mafia emergente. Giovanissimi, cominciano con piccoli crimini, rapine, poi entrano nel traffico di droga e negli affari delle cosche, diventando infine i killer che metteranno fine alla vita del giudice. Da una parte c’è Livatino, chiuso giorno e notte nelle stanze della Procura di Agrigento, deciso a far avanzare la macchina della giustizia e a smascherare un sistema criminale dai confini molto più vasti di quelli apparenti: un universo che dal suo stesso palazzo si estende verso nord, fino a Roma e all’Europa, come un sangue velenoso. Dall’altra ci sono gli stiddari: giovani di origini modeste, sanguinari e ambiziosi, con una violenza pari ai Demoni dostoevskiani. Vogliono conquistare la testa di un impero invisibile, che va dalla terra ai supermercati, dai ristoranti alle imprese edili, fino agli appalti delle grandi opere.
Tra loro c’è Tano, ventenne, coprotagonista del nostro racconto. Ne seguiamo i sogni, le illusioni, gli affetti, le paure. La sua è una ribellione contro il destino di chi nasce in uno dei territori più poveri del Paese. Cerca un riscatto attraverso la fratellanza criminale, nella violenza come forma di emancipazione. È un percorso “di formazione” che lo porterà a incrociare tragicamente la strada di Livatino e che, anche solo come autista del commando, lo condurrà all’ergastolo per omicidio.
Michele Placido