FESTA DEL CINEMA DI ROMA 21 - "Il Caso Modigliani":
Livorno e le teste di Modigliani
Livorno, luglio 1984. Nel Fosso Reale ruspe e draghe frugano il fango alla ricerca di un miraggio. La leggenda vuole che nel 1909, prima di partire per Parigi, un giovane Amedeo Modigliani abbia gettato nei canali della città natale, che detestava, alcune teste scolpite e mai amate. Per il centenario della nascita il museo cittadino ha allestito una mostra che stenta a decollare, e quella vecchia diceria sembra l’occasione perfetta per accendere i riflettori. Il canale non delude. Dall’acqua torbida emergono tre teste di pietra dai colli affusolati e dagli occhi a mandorla, e la critica più autorevole del Paese, da Giulio Carlo Argan a Cesare Brandi, si inchina al miracolo. Peccato che una delle teste sia stata scolpita in un pomeriggio, con un trapano elettrico, da tre ragazzi livornesi in vena di burle. Le altre due sono opera di Angelo Froglia, artista irregolare che rivendicherà il gesto come una performance contro il sistema dell’arte.
Quello di Luca Rea, presentato nella sezione Freestyle della Festa del Cinema di Roma, si potrebbe liquidare come la cronaca di una beffa ormai entrata nei manuali, ma c’è dell’altro. Rea, che quell’estate aveva tredici anni e non l’ha mai dimenticata, rimette in fila i pezzi di un caso che fu prima di tutto un fenomeno di stampa. Spuntano le prime pagine trionfali, i servizi dei telegiornali, le conferenze stampa in cui gli esperti illustrano con sicumera la mano del maestro. Poi arriva il controcanto: lo scoop che smaschera la burla, i ragazzi che davanti alle telecamere replicano la loro testa a colpi di trapano, i volti dei critici impietriti mentre il Paese intero ride. In poche settimane Livorno diventa il palcoscenico di una commedia nazionale, e i giornali, che avevano celebrato la scoperta del secolo, si scoprono altrettanto abili a celebrarne la caduta.
Quando entra in scena Jeanne Modigliani, figlia del pittore e custode dell’archivio paterno, il racconto assume per un istante i colori del giallo. Jeanne non credeva all’autenticità delle teste e intendeva raggiungere Livorno, ma muore nella sua casa parigina proprio in quei giorni: incidente domestico, cremazione, pratica chiusa. Ma la sorte nefasta di Rea lascia aleggiare il sospetto quanto basta per incrinare per un attimo la superficie goliardica della vicenda.
Per la stampa però il vero oggetto sono le teste, tutte. Accanto alle false, il film rimette al centro quelle autentiche, le poche sculture che Modigliani realizzò davvero tra Parigi e la Costa Azzurra, forme allungate e ieratiche nate dal dialogo con l’arte africana e cicladica. Il confronto è impietoso e istruttivo insieme. Nelle pietre vere si legge una ricerca, nelle false una somiglianza. Eppure, per qualche settimana, la somiglianza ha avuto la meglio, perché era quella che tutti desideravano vedere. Rea ci ricorda che Modigliani è tra gli artisti più falsificati del Novecento e che attorno alla sua firma si muove un mercato capace di trasformare il dubbio in fatturato.
Prodotto da Fandango, il documentario restituisce la parola ai protagonisti di allora, da Michele Ghelarducci, Pierfrancesco Ferrucci e Pietro Luridiana allo studioso Carlo Pepi, e intreccia le loro voci al repertorio con un ritmo da commedia investigativa. Ne esce il ritratto di una città, la satira di una critica troppo affamata di miracoli e una riflessione sempre attuale sul potere dei media di fabbricare verità. Livorno conserva ancora le sue false teste, esposte come cimeli di una gloriosa figuraccia. A quarant’anni di distanza fanno ancora sorridere, e dicono molto più di quanto sembri.
23/10/2026, 17:15
Olivia Fanfani