FESTA DEL CINEMA DI ROMA 21 - "Pinocchio, il Bambino
del Mondo": Il giro del Mondo di un burattino
Mosca, anni Trenta. Aleksej Tolstoj prende un burattino toscano, gli cambia nome in “Buratino”, gli mette in tasca una chiave d’oro e gli toglie il vizio più celebre: a ogni bugia il suo naso resta dov’è. È una delle tante metamorfosi della creatura di Carlo Collodi, uscita dalla penna di uno scrittore fiorentino e da allora mai stanca di cambiare passaporto
Paolo Borraccetti, nel bicentenario della nascita del suo autore, colleziona quelle metamorfosi come timbri, per capire come un ragazzino di legno, nato povero e disobbediente in una bottega toscana, sia diventato il più cosmopolita dei cittadini italiani.
Il passaporto di Pinocchio conta oltre duecentoquaranta lingue, più della Commedia di Dante, e ogni frontiera gli ha lasciato un segno addosso. A Teheran le sue avventure passano sotto le forbici della censura. Tra i banchi delle scuole cinesi le sue bugie diventano materia di studio. A Hollywood la Disney lo leviga fino a farne un’icona planetaria, mentre nel 2022 Guillermo del Toro lo riporta nell’Italia del regime per una delle sue riletture più personali e scomode. Il burattino si presta a tutto, educazione e propaganda, morale e mercato, senza mai lasciarsi consumare del tutto. È forse questo il suo talento più grande: saper essere di tutti restando, ostinatamente, se stesso.
Eppure il viaggio cominciò con una partenza falsa. Nel 1881, sulle pagine del Giornale per i bambini, Collodi lo lascia appeso alla Quercia grande dopo una manciata di puntate, convinto di averla fatta finita. Sono i piccoli lettori a protestare e a resuscitarlo, e da quel momento Pinocchio non ha più chiesto il permesso a nessuno per tornare in scena.
Borraccetti lo riporta a casa, girare all’Accademia di Belle Arti di Firenze significa ambientare il racconto in uno spazio dove la materia si trasforma in forma ogni giorno. Aule di scultura e di disegno, la stessa operazione che compie Geppetto quando dal ciocco scolpisce il burattino. Si anima così la marionetta, che qui regge anche il filo del racconto. Un nuovo baricentro per il documentario quindi. Al posto della voce esterna dell’esperto, che di solito tiene insieme i film d’archivio, c’è la creatura stessa, chiamata a ripercorrere la propria leggenda, e il registro si avvicina a quello della fiaba che racconta. Il resto dell’impianto conferma questa idea di cinema come collezione. Borraccetti mette in fila edizioni rare, illustrazioni nate in tradizioni lontanissime fra loro, filmati storici e materiali d’archivio in buona parte inediti, e costruisce da una cronologia un atlante.
Anche la scelta delle voci risponde alla stessa logica, coerente con la coproduzione italo-francese alla base del progetto. Accanto a del Toro c’è Francesca Comencini, figlia di quel Luigi che nel 1972 portò il burattino sul piccolo schermo con uno degli sceneggiati più amati della televisione italiana. Ci sono poi la filosofa francese Caroline Anthérieu-Yagbasan e la pittrice iraniana Narges Ghorbani, che trascinano il discorso lontano dalla cameretta dei bambini, verso il pensiero filosofico e la pittura. Paesi e discipline diversi, chiamati ancora una volta a testimoniare che Pinocchio non appartiene a un solo sguardo.
Alla fine resta il sospetto che Collodi l’avesse previsto. Pinocchio non diventa un bambino vero una volta per tutte. Ci riprova ogni volta, in ogni lingua, ogni volta che qualcuno, da qualche parte, riapre il libro.
25/10/2026, 08:44
Olivia Fanfani