LUCCA COMICS & GAMES 2026 - "Le Ragazzine Stanno Perdendo
il Controllo. La Società le Teme. La Fine è Azzurra":
Da un fumetto di Ratigher al grande schermo
Dal fumetto di
Ratigher al grande schermo, una storia di adolescenza, libertà e resistenza alle forme di controllo degli adulti. Il 29 ottobre 2026, all’Auditorium San Girolamo di
Lucca Comics & Games 2026, il regista
Pierluca Di Pasquale, l’autore
Ratigher e le attrici protagoniste
Sara Ciocca e
Anita Serafini hanno raccontato la nascita e la trasformazione di un’opera, dal fumetto del 2014 al film odierno e che, a distanza di anni, conserva tutta la sua urgenza.
L’opera, già dal titolo, dichiara apertamente il proprio intento: raccontare l’adolescenza non come una fase da sorvegliare o correggere, ma come un territorio di scoperta, trasformazione e possibile rivoluzione. Dopo la proiezione, si è tenuto un bel momento di incontro, domande e scambi di idee. A moderare il Q&A è stata Chiara Galeazzi, che ha guidato la conversazione ripercorrendo la nascita del fumetto, il suo passaggio al linguaggio cinematografico e i temi che legano le due opere.
Il dialogo ha permesso di entrare nel processo creativo del film, ma soprattutto di tornare a interrogarsi su una questione che sembra non aver perso affatto la propria attualità: cosa succede quando le nuove generazioni smettono di adeguarsi alle aspettative degli adulti?
Galeazzi ha interrogato l’autore sulla genesi dell’opera a fumetti, che non è stata affatto lineare: "
La storia si è costruita veramente tipo Tetris", ha spiegato
Ratigher, descrivendo un processo creativo in cui gli incontri, le immagini e le esperienze quotidiane finivano naturalmente per trovare posto nella narrazione. "
Ogni volta vedevo una cosa e andava dentro la storia, con una facilità che non ho mai più sperimentato, era stato divertentissimo, il finale l'ho trovato in un pomeriggio. Però la prima cosa che ho visto erano veramente due ragazzine, ma piccole, avevano circa undici anni, che in un ospedale erano sedute sulle panche in attesa e si stavano divertendo molto, anche se sono luoghi tristi normalmente. E poi tutte le cose che mi sono successe in quel periodo si attaccavano alla storia. È veramente una fortuna, così si è costruita la storia, da sola".
Dal fumetto al film il passaggio non era scontato. Galeazzi ha chiesto a
Pierluca Di Pasquale come fosse nato il desiderio di trasformare una storia relativamente breve in un lungometraggio e quali fossero state le principali difficoltà dell’adattamento.
"
Allora, io ero innamorato del fumetto, e ho fatto una cosa naturale, cioè mi sono identificato in uno dei personaggi: Motta. Leggere questo personaggio ha aperto, come dire, il cassetto dei miei mondi di quando ero adolescente e ho iniziato a trasportare su quel personaggio il mio migliore amico di quel momento e quindi c'è stata, diciamo, un'identificazione quasi naturale. Da lì ho detto, ma questo quasi quasi… mi piacerebbe raccontarlo in un film live, e insomma, ho contattato Ratigher, che già conoscevo per altre vie e gliel’ho proposto. Lui ha detto subito sì e ci siamo messi a scrivere" - ha raccontato il regista.
I due hanno iniziato a lavorare insieme alla sceneggiatura, consapevoli che il linguaggio cinematografico avrebbe richiesto una struttura differente rispetto a quella del fumetto. Il processo a quattro mani non è stato per niente semplice, come ha raccontato
Ratigher: "
Io sono molto geloso delle mie cose, di quello che ho scritto io. Ci ho messo un po’ ad aprirmi e ad accogliere i suggerimenti. Tutto è cambiato quando ho capito cosa piacesse a lui della storia, cosa voleva raccontare il regista, perché io lo dico sempre, alla fine i film sono dei registi".
Galeazzi ha osservato come alcuni elementi del fumetto, apparentemente semplici sulla carta, potessero diventare più complessi una volta trasferiti in un film con personaggi in carne e ossa, come l’elemento delle divise. Non essendo un disegnatore, il regista ha raccontato di aver sviluppato fin da piccolo una forte passione per i fumetti, trovando nel cinema un modo diverso per costruire immagini e composizioni. La cura dedicata a ogni inquadratura è diventata quindi una sorta di equivalente del disegno: ogni fotogramma doveva avere un significato, una propria identità e una precisa funzione narrativa.
Un’altra scelta che ha attirato l’attenzione della moderatrice riguarda la rappresentazione degli adulti, soprattutto degli uomini. Nel film le figure maschili sono quasi assenti, mentre il mondo delle ragazze è popolato principalmente da altre donne: madri, insegnanti e figure adulte che, in alcuni casi, sostengono le protagoniste e in altri ne limitano le possibilità.
La riduzione della presenza maschile rispondeva proprio al desiderio di spostare il centro del racconto. "
Volevo che fosse una storia sulle ragazzine e sulle relazioni che c’erano tra le ragazzine e le madri, le ragazzine e le professoresse, quindi tutta una delegazione in questo mondo proprio per mostrare invece l'inutilità, a volte, della figura maschile".
Sara Ciocca e
Anita Serafini, invece, sono state chiamate a raccontare il rapporto tra le proprie esperienze personali e i personaggi interpretati.
La domanda di Galeazzi partiva da un elemento centrale della storia: il momento in cui una ragazza comincia a desiderare qualcosa di diverso da ciò che la famiglia si aspetta da lei. Ma quanto è difficile, soprattutto durante l’adolescenza, affermare la propria identità quando questa entra in contrasto con le idee degli adulti?
Sara Ciocca ha raccontato di essere stata fortunata nel poter contare sul sostegno della propria famiglia. In particolare, il padre, grande appassionato di teatro e cinema, le ha trasmesso fin da piccola l’amore per la recitazione. L’esperienza di questo set è stata per lei un vero e proprio viaggio personale, fatto di ascolto e scoperta di sé.
Anche Serafini ha condiviso una riflessione diversa e molto personale sul proprio rapporto con l’arte e con la libertà. "
L’arte continua a essere una mia necessità espressiva che mi tiene in vita, che mi tiene proprio viva e mi dona la più grande cosa che tutti gli esseri umani possiamo avere, che è la libertà", ha raccontato.
Anche il rapporto con la famiglia, ha osservato, attraversa inevitabilmente momenti di rottura. Una separazione che non deve essere necessariamente interpretata come qualcosa di negativo, ma come una fase naturale della crescita. Diventare adulti significa anche iniziare a guardare i propri genitori come persone, riconoscendone limiti, fragilità e individualità.
Una riflessione che si lega perfettamente al cuore del film: crescere significa anche smettere di essere soltanto ciò che gli altri si aspettano da noi.
01/11/2026, 20:20
Marta Bello